carmen-1-ep

“Carmen” non è cattiva

Pubblicato il Pubblicato in Letteratura e Cultura, Pathos, Recenti
Un momento del primo atto della Carmen diretta da Emma Dante
Un momento del primo atto della “Carmen”, diretta da Emma Dante

Ma come, era tutto qui? Quella famosa Carmen di Emma Dante, subissata dalle critiche e demolita da Franco Zeffirelli, che la definì “una porcata” aggiungendo: <<Io credo nel diavolo e ieri sera alla Scala ho visto in scena proprio il diavolo>>; la Carmen dello scandalo che fu addirittura bollata come inadatta per i bambini, nemmeno si trattasse di un film pornografico, quella Carmen al limite dell’eresia non era altro che questa messa in scena immaginifica, brillante per soluzioni sceniche, limpida e chiarissima nel messaggio che ci restituisce?

I gusti sono gusti, certo, e le opinioni, se ancora è consentito di averne, sono opinioni, ma sinceramente si ha difficoltà a ravvisare il motivo di tanto astio nei confronti di una regia che ha senz’altro il merito di rifiutare un certo realismo spagnoleggiante da cartolina in favore di un gioco di allusioni e di simboli che passa attraverso l’utilizzo dei doppi, in virtù del quale alcuni personaggi sono accompagnati da altre figure che ne rendono evidente il portato interiore; Micaëla, che rappresenta la fedeltà, è seguita da un prete e da alcune penitenti che portano una croce, Carmen da un gruppetto di bambine vivaci che ne sottolineano l’aspetto di libertà irriducibile, incurante delle convenzioni. Ma forse, uno degli elementi che hanno scatenato tanta acredine nei riguardi di questa messa in scena potrebbe essere appunto la scelta da parte di Emma Dante di contrapporre la libertà rivendicata da Carmen alla rigidità di alcune istituzioni come l’esercito e soprattutto la chiesa, che ci appaiono nella sua visione come retaggi stantii e polverosi. L’uso dei simboli cristiani (un crocefisso che crolla in terra e si frantuma, un carro su cui è trasportato un costume di santa che al suo interno non ha nulla) è chiarissimo nel suo volerci indicare l’istituzione ecclesiastica come qualcosa di vacuo e opprimente.

Ma, al di là di questo, è davvero difficile non ritrovarsi conquistati davanti all’esplosione quasi dionisiaca di certe scene in cui interpreti e coro si abbandonano a movimenti e danze liberatorie e sfrontate, come quando, alla fine della Chanson bohème che apre il secondo atto, Carmen e gli avventori della taverna di Lillas Pastia non sanno trattenere delle grida quasi animalesche che sono una vivace e sfrenata espressione di vitalità.

Gli effetti visivi sono luminosi, l’utilizzo dei movimenti della folla estremamente preciso ed efficace. Le scene di massa infatti sono senz’altro le più coinvolgenti. Fra queste ricordiamo la lotta tra soldati e sigaraie nel primo atto e soprattutto il finale del secondo, quando coro e interpreti si piantano di fronte al pubblico, quasi sfidandolo, affermando vigorosamente il proprio pensiero: <<Comme c’est beau, la vie errante, pour pays tout l’univers, et pour loi sa volonté! Et surtout, la chose enivrante: la liberté>>.
Per Emma Dante, Carmen è questo: una sfida aperta a qualunque schema sociale, ad ogni imposizione della consuetudine e dell’ipocrisia moraleggiante. Inoltre è da sottolineare il fatto che quest’allestimento mantenga quasi tutte le parti dialogate, che in altre messe in scena vengono ridotte a poche parole tra un brano musicale e l’altro e che invece sono fondamentali sia per raccontare la vicenda sia per la comprensione del genere dell’opéra-comique cui Carmen, pur stravolgendolo, appartiene.

Un momento del secondo atto
“Carmen”: un momento del secondo atto

In questa ripresa il pubblico ha avuto la fortuna di poter vedere nel ruolo principale Anita Rachvelishvili, che è stata la prima protagonista di questo allestimento nel 2009. Una Carmen sensuale, giocosa e tragica, dalla voce impressionante per estensione e potenza drammatica, che brilla in particolare dal finale del primo atto in poi, e se nell’Habanera non riscuote particolari ovazioni fa tremare il teatro nella scena delle carte del terzo atto. In generale, dal punto di vista dell’esecuzione musicale, tutto lo spettacolo procede in crescendo, con orchestra e interpreti che man mano prendono sempre più autorevolezza.

Anche il Don José di Francesco Meli, dopo qualche piccola incertezza iniziale, si afferma pienamente sia dal punto di vista vocale che scenico (impeccabile e toccante nell’aria Le fleur que tu m’avais jetée) . In un tempo in cui la vulgata vuole che Andrea Bocelli sia quanto di meglio esista nel panorama operistico più che mai si sente la necessità di tenori come Meli, capaci di servire con onestà e trasporto la partitura e il personaggio, come sa fare un vero interprete d’opera.

La Micaëla di Nino Machaidze (formatasi, come la Rachvelishvili, all’Accademia del Teatro alla Scala) riesce a esprimere nella voce l”intima passionalità trattenuta del personaggio, mentre in certi punti pecca un po’ di coquetterie nell’interpretazione scenica, in particolare nel primo atto, eccedendo, soprattutto nella scena coi soldati, in ammiccamenti che sono più nel carattere di un’Adina che in quello della timida innamorata di Don José.

Solido, anche se non sempre impeccabile dal punto di vista della pulizia vocale, l’Escamillo di Massimo Cavalletti. Da sottolineare le prove di Hanna Hipp e Sofia Mchedlishvili, rispettivamente Frasquita e Mercédès, che dimostrano una presenza scenica singolare ed evidente e una vocalità molto teatrale, sia nel quintetto del secondo atto che nella scena delle carte. Il coro del Teatro alla Scala, sotto la guida dal Maestro Bruno Casoni, è sempre una sicurezza, così come l’orchestra, diretta in quest’occasione da Massimo Zanetti, che sostiene bene la partitura anche se in qualche momento non va a tempo con gli interpreti.

Una Carmen bella, luminosa, che rinuncia ad essere un allestimento “turistico” per farsi veicolo di un punto di vista, di un’interpretazione originaleEmma Dante non sarà vangelo, certo, né per fortuna vuole esserlo, ma è senz’altro da lodare per il fatto di aver voluto parlare chiaro, evitando fronzoli scenografici ed utilizzando solo quegli elementi scenici utili a far arrivare la sua interpretazione della vicenda e del messaggio che essa ci rivolge.

Piuttosto che imporre una verità interpretativa univoca, come se ci fosse un solo modo di mettere in scena Carmen o qualunque altra opera, la regista ha preferito affermare una personalissima visione, che rimane tale ma non per questo merita di essere portata davanti al tribunale dell’inquisizione.

 

Scena iniziale del quarto atto
“Carmen”: scena iniziale del quarto atto

 

——————–

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

n.3 -> clicca qui

About Jacopo Zerbo

COLLABORATORE | Nato a Mestre nel 1986, milanese d’adozione, si diploma come attore teatrale alla Scuola d’Arte Drammatica Paolo Grassi di Milano nel 2009. Ha lavorato, fra gli altri registi, con Jean-Claude Penchenat, Mimmo Sorrentino e Dario Fo, con cui ha anche collaborato alla scrittura di vari testi. Melomane di vecchia data, soprattutto pucciniano, è appassionato di storia napoleonica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *