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Cannes 2015: quella Palma indigesta

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Che il Festival de Cannes non fosse proprio una kermesse di conquiste per il cinema italiano era un dato ormai certo. Perlomeno dal 1975, anno della reintroduzione della Palme d’Or come premio principale: quaranta lunghi anni in cui solo tre film di casa nostra sono usciti vincitori dalla manifestazione. L’ultimo di questi, La Stanza del Figlio di Nanni Moretti, risale al 2001. E pensare che quest’anno ci aveva fatto ben sperare, grazie ad una presenza massiccia e di buon livello in concorso. Fino alla giornata del 24 Maggio, quando ogni auspicio è stato spazzato via dalla cruda realtà: nessun rappresentante italiano è apparso sulla Montée de Marches per la cerimonia di premiazione. Non il buon Nanni, assetato di bis con Mia Madre. Né Paolo Sorrentino, forse il regista europeo più in vista negli ultimi dodici mesi, fresco trionfatore agli Oscar 2014. E neppure Matteo Garrone, con la sua faccia da romano spensierato e impertinente.

Una scena di 'Dheepan'
“Dheepan” è un film del 2015 diretto da Jacques Audiard, parzialmente ispirato a “Lettere persiane” di Montesquieu e vincitore della Palma d’oro al Festival di Cannes 2015

Ad aggiudicarsi la Palma è stato invece Jacques Audiard, parigino, regista dalla potenza lirica fuori dal comune. Il suo Dheepan è una violenta storia di fuga e redenzione mancata, in cui il tema dell’immigrazione cede sempre più il passo a quello dell’incontro (o meglio, scontro) tra sconosciuti. Viscerale e ipnotico, il cinema di Audiard trova il suo punto di forza nella dialettica tra la veemenza del contenuto e l’epica ricercatezza della forma. Così come nei precedenti lavori (il meraviglioso Un prophète, in particolar modo) anche in Dheepan spicca la capacità nell’accostare durezza e romanticismo, ma il risultato non è minimamente paragonabile al passato. C’è molta brutalità e poca empatia, nella parabola di questa famiglia improvvisata dello Sri Lanka. C’è l’irrazionalità e l’attenzione verso quelle pulsioni che neppure il cervello più acuto potrebbe spiegare, unite purtroppo ad una superficialità del tutto nuova. Successo immeritato, dunque? Senza dubbio i fratelli Coen, chiamati quest’anno alla direzione artistica del Festival, hanno fatto una scelta coerente con il proprio stile artistico. Possono esultare coloro che temevano un successo del dolcissimo Carol di Todd Haynes (però grande soddisfazione per Rooney Mara, vincitrice del Prix d’interprétation féminine, ex aequo con Emmanuelle Bercot).

E i nostri tre sconfitti? Citiamo le parole di Isabella Rossellini, Presidente della giuria per il premio Un Certain Regard: <<Mi hanno sempre detto che l’età d’oro del cinema italiano fosse il dopoguerra, con mio padre, Fellini, Visconti, De Sica. Adesso io credo che stiamo di nuovo vivendo in una stagione d’oro, con questi enormi talenti>>.

Tralasciando paragoni pesanti, l’accento posto sul talento è sicuramente corretto. E’ vero che un presunto periodo di grazia, nel cinema come in altri tipi di arte, è creato soprattutto dal riconoscimento a livello mondiale delle opere che lo compongono (Fellini, solo per fare un esempio, vinse quattro Oscar – senza contare quello onorario del 1993 – così come De Sica). E’ altrettanto vero, però, che siamo di fronte ad una generazione a dir poco promettente di cineasti. Chi scegliere, dunque, in questo triumvirato? Andiamo a dare un breve giudizio sui film.

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“Mia Madre” è un film del 2015 diretto da Nanni Moretti, scritto dal regista insieme a Francesco Piccolo e Valia Santella

1. Mia Madre è il racconto di un pre-lutto. La mamma della protagonista (una magnifica Margherita Buy) è prossima al decesso, e per la figlia regista è l’inizio di un periodo tutt’altro che semplice. Il dodicesimo lavoro di Nanni Moretti balla sul filo immaginario tra sogno e realtà, ed è proprio nei momenti onirici che dà il meglio di sé. Non quindi negli intermezzi di John Turturro, che pur si conferma attore dalla presenza colossale, e neppure nel personaggio dello stesso Moretti, che negli ultimi tempi predilige ruoli da comprimario. E’ nella Buy che il regista di Caro diario infonde tutta la propria personalità, rendendola quasi un suo alter-ego, assecondando il solito gusto per la narrazione meta-cinematografica. Peccato allora che Mia Madre sia meno compatto del già citato La Stanza del Figlio (ma anche del più recente Habemus Papam), meno convincente ed affilato: in questa sorta di corredo dei migliori momenti della produzione morettiana, le sequenze più leggere non fanno altro che stonare.

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“Youth – La giovinezza” è un film del 2015, scritto e diretto da Paolo Sorrentino

2. Passiamo a Youth – La giovinezza, di Paolo Sorrentino. Uno sfarzoso hotel alpino fa dà teatro alla vita di Fred Ballinger (Michael Caine), compositore, e Mick Boyle (Harvey Keitel), regista. Personaggi agli antipodi: l’uno cristallizzato nella propria immobilità, l’altro intento a preparare l’ultimo capolavoro. Ci sono molti dei motivi, formali e contenutistici, che hanno caratterizzato La Grande Bellezza. Sorrentino è come sempre autoreferenziale, magniloquente, a tratti kitsch, nella sua ricerca ossessiva della Poesia, dell’Incanto che nasconde motivi più profondi. Nella storia di Jep Gambardella era lo splendore celato sotto la superficialità. Qui è la vita celata sotto l’apatia. Anche in Youth il fulcro è costituito da una grande mancanza: una mancanza di giovinezza e di emozione che si risolve in una mancanza di senso, di un fine esistenziale. E nonostante il vuoto sia colmato nel finale, è difficile per lo spettatore scrollarsi di dosso la sensazione di freddezza che domina il film. Lo sguardo del regista è come distaccato, concentrato più sui virtuosismi della macchina da presa che sulle singole interiorità. Probabilmente soltanto il tempo svelerà la reale importanza di questa opera. Proprio quel tempo che nella pellicola sembra fermarsi, bloccato fra le asettiche stanze dell’albergo, vero e proprio limbo degli ex-artisti (e in questo senso l’apparizione di Maradona non risulta poi così pacchiana).

3. L’ultimo membro in gara era Il Racconto dei Racconti di Matteo Garrone. Tratto dalle barocchissime fiabe di Giambattista Basile, autore campano del 1600, il film ne traspone tre (La regina, La pulce e Le due vecchie). L’ispirazione, già da questo si capisce, è totalmente nostrana.

Nella compattezza del mondo creato da Garrone c’è ben poco della favola moderna e molto dei fratelli Grimm, che pure vissero ben duecento anni dopo le straordinarie invenzioni de Lo Cunto de li Cunti (il testo da cui sono tratti gli episodi). Mettiamoci pure una spolverata di Terry Gilliam e il gioco è fatto. Ci sono orchi mostruosi che stuprano innocenti fanciulle, donne scorticate vive, cuori di drago mangiati come bistecche, crudeli regine e pulci ipertrofiche. Non si tratta di un fantasy, se non in un senso assolutamente originale e nuovo del termine (niente parallelismi con Il Trono di Spade, insomma). Non punta all’approfondimento dei personaggi, quanto alla morale malata che regna nelle loro vicende: pensiamo soprattutto alle protagoniste femminili. Il film è – possiamo urlarlo a squarciagola senza alcun timore – un vero e proprio miracolo del cinema italiano. Qualcosa di mai visto e di mai osato a livello nazionale (almeno con budget e ambizioni del genere). Una costruzione estetica spaventosa al servizio di una narrazione finalmente coraggiosa. Chi lo ha definito un’americanata si merita senza dubbio i kolossal d’oltreoceano.

Sarà troppo poco pedagogico per portarsi a casa una Palma d’Oro. Ma per una volta, noi ci teniamo stretti la pizza e il mandolino.

 

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“Il Racconto dei Racconti” è un film ad episodi del 2015 co-scritto, co-prodotto e diretto da Matteo Garrone

 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Nato a Siena il 15 Giugno del 1991, studia presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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