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Il cambiamento climatico e la nostra stessa vita

Pubblicato il Pubblicato in Gaia, Recenti, Scienza e Salute
Come fronteggiare i gradi Celsius: Governi rei e Governi vittime

 

logo-cop21-2It is happening – <<… (it) was about man’s relationship to the natural world. A world that we collectively felt in 2015 as the hottest year in recorded history […] Climate change is real, it is happening right now. It is the most urgent threat facing our entire species, and we need to work collectively together and stop procrastinating>>. No, non è un leader della Terra che parla al mondo, ma è un discorso da Oscar.

Un discorso da Oscar, la notte degli Oscar. Febbraio 2016, alla sua ennesima nomination l’attore Leonardo DiCaprio riceve finalmente l’ambito premio cinematografico e – anziché lasciarsi andare a soliti e banali ringraziamenti – lancia un messaggio al mondo intero, un messaggio all’indomani della COP21.

Il film The Revenant tratta appunto della relazione dell’uomo con il mondo naturale, che è in fondo ciò che l’UNFCCC si propone. Nata nel lontano 1992, come impegno delle Nazioni partecipanti al Summit della Terra di Rio de Janeiro, la Conferenza delle Parti riunisce ogni anno moltissimi Paesi da tutto il pianeta. Mai, però, come nell’Inverno 2015 si è vista una partecipazione così numerosa: 196 Paesi riuniti per sfidare il cambiamento climatico, per trovare soluzioni e comportamenti adeguati ad attuare una drastica riduzione dell’effetto serra. Presieduta dal Ministre des Affaires étrangères et du Développement international, Laurent Fabius, la COP21 – della quale si è scritto e parlato in ogni angolo del pianeta – si è conclusa con un accordo. Positivo o negativo, lo vedremo più avanti.

Intanto, basta segnalare che con cambiamento climatico è da intendersi una variazione considerevole di alcuni fattori che regolano il mondo naturale: variazione che può riguardare il pianeta Terra nella sua globalità oppure scendere nello specifico delle aree emisferica, continentale o regionale. D’altro canto, esso compromette parametri vitali quali le temperature (il surriscaldamento globale è proprio l’oggetto della COP21), la deforestazione e l’inquinamento atmosferico, il controllo degli Oceani e le loro temperature, la nuvolosità e le precipitazioni, le specie animali e vegetali (l’estinzione delle quali è indice di un’urgenza da fronteggiare senza più procrastinare).

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Un orso polare denutrito a causa degli effetti del cambiamento climatico globale. L’Artico è, infatti, uno dei primi luoghi al mondo a subirne le conseguenze

Protagonisti e rischi – Da una poco felice esclamazione del probabilmente neo Presidente USA, Donald Trump, il cambiamento climatico non sarebbe così preoccupante come la comunità scientifica mondiale sostiene. Un aumento delle temperature avrebbe – a suo dire – anche dei risvolti positivi. E nonostante appoggiare questa affermazione risulti parecchio arduo, è altrettanto vero che nessuno abbia trattato la questione come un impegno prioritario. Gli stessi USA, non aderenti al Protocollo di Kyoto, hanno sempre favorito un’esponenziale crescita di profitto economico a fronte di un’altrettanta maggiore compromissione dell’ecosistema terrestre.

Ma non sono i soli. Se nel 1997, in occasione della COP3, si fissava come obiettivo prioritario un controllo delle temperature globali: i maggiori Paesi industrializzati assumevano obblighi ai quali poi non avrebbero concretamente e seriamente adempiuto. Basti ricordare che l’Unione Europea manca ancora di una politica energetica comunitaria, lasciando quindi ampio spazio agli Stati membri di decidere in merito all’approvvigionamento delle proprie risorse (sarà un caso che – in mancanza di un’informazione puntuale e di un’educazione ambientale – l’occasione italiana del referendum del 17 Aprile si sia conclusa più con una non partecipazione che con un netto e consapevole o No?).

In Asia, invece, la situazione è al limite del ridicolo: India e Cina, pur avendo ratificato il Protocollo con qualche anno di ritardo, non sono obbligate a contenere il numero di emissioni di gas serra. La ragione? Esser ritenute non responsabili del surriscaldamento globale in corso in quanto solo di recente sufficientemente industrializzate per poter esser additate come corree. Il che non ha, come concorderete, alcun senso logico. Lo scopo comune verso una salvaguardia ambientale ad ogni livello dovrebbe prescindere da ragioni di comodo e lasciare, piuttosto, che gli attuali Paesi industrializzati adottino misure atte non solo a prevenire disastri altrimenti certi, ma anche ad imporre per via giuridica l’adozione di comportamenti adeguati al problema.

 

 

Dall’altro lato della medaglia, le Nazioni che – ai confini del mondo – il surriscaldamento globale lo vivono già sulla propria pelle. Cito testualmente una donna boliviana intervistata da Liza Boschin per Presa Diretta: <<Sono venuta qui a La Paz a lavorare per colpa della siccità. Vengo da Rodeo e lì i lama stanno morendo, non c’è più quinoa perché non piove più. Se il tempo cambiasse, vorrei tornare a vivere lì>>. Una signora che dalla campagna ha dovuto migrare verso la città, che dall’agricoltura è dovuta passare alla vendita di vestiti per sopravvivere.

Il cambiamento climatico, ed il surriscaldamento globale in particolare, non sono semplicemente uno dei problemi, ma la sfida di questo intero secolo. Non ce ne facciamo nulla di Free Wi-Fi in underground, di robot dalla forma (dis)umana che puliscono casa e di tecnologie sempre più avanzate in campi più o meno futili. Non ce ne facciamo nulla perché la Terra grida aiuto e noi non sentiamo, perché la deforestazione degli ultimi due decenni è peggiore di quella degli ultimi duecento anni, perché l’emergenza ambientale non è una Conferenza da presiedere una volta all’anno ma un impegno quotidiano e costante che significa la vita stessa.

Da un rapporto pubblicato da Legambiente nel Luglio 2013, intitolato non a caso Profughi  Ambientali: Cambiamento climatico e migrazioni forzate, emerge come la migrazione di interi popoli non è più dovuta soltanto ai più gravi conflitti militari ma anche alle più grandi catastrofi ambientali. <<Di fronte all’impatto delle catastrofi, che ogni anno colpiscono la Terra, non sempre è possibile adattarsi e spesso milioni di donne, uomini e bambini sono costretti a fuggire dai propri Paesi in cerca di condizioni di vita migliori e più salubri. Questi sono i migranti ambientali. […] L’ultimo rapporto dell’Internal Displacement Monitoring Centre pubblicato nel maggio 2013 afferma che nel 2012 sono state 32,4 milioni nel mondo le persone costrette ad abbandonare la loro casa in conseguenza di disastri naturali>>. Il problema è reale, di proporzioni planetarie, ma pare sfuggire all’attenzione dei leader mondiali, che fronteggiano le questioni socio-ambientali classificandole inferiori rispetto a quelle della crescita economica o dello sviluppo tecnologico-economico di un Paese.

Rimanendo ancora in Bolivia, il Presidente Evo Morales – nell’Ottobre 2015 – ha dichiarato: <<Per risolvere il surriscaldamento globale, il capitalismo dev’essere fermato>>. A rischio, infatti, è la stessa vita del genere umano: malattie che prima esistevano in alcune parti del mondo, sono oggi presenti ad ogni latitudine e quelle che sembravano scomparse, sono tornate prepotenti. Seriamente compromesso anche il lavoro. Da uno studio condotto dall’Health and Environment International Trust, i Paesi in via di sviluppo e quelli da poco industrializzati rischierebbero di perdere la quasi totalità della forza lavoro entro il 2030. Laddove, appunto, il lavoro è perlopiù manuale e le temperature in costante irrefrenabile aumento, sarà arduo continuare a produrre anche se solo per la sopravvivenza. Uno scenario apocalittico che va fermato, ora.

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I Paesi la cui forza lavoro sarà seriamente compromessa negli anni a venire a causa del climate change

L’accordo – Tsunami, scioglimento dei ghiacciai, regioni calde con temperature fredde e viceversa, stagioni invertite, tornado, uragani, specie animali e vegetali in rapida estinzione, migrazioni forzate, inquinamento atmosferico, temperature degli Oceani. Questo e molto altro ancora va sotto il nome di “cambiamento climatico”. Un tema così importante per cui da ventuno edizioni si riuniscono per alcuni giorni i capi di Stato del nostro pianeta. In ventuno edizioni di passi avanti ne sono stati fatti, più politici e partecipativi che ambientali, a dir la verità. A Parigi, nel Dicembre 2015, 196 Paesi hanno sfidato il surriscaldamento globale con un accordo dalla portata storica. Perché l’Accordo di Parigi possa entrare in vigore, è necessaria la ratifica di almeno 55 Paesi entro il 21 Aprile 2017 e – data la vasta straordinaria partecipazione – pare proprio che la speranza sia ben fondata.

Quali gli aspetti positivi dell’accordo finale? Innanzitutto – seppur ripetuto per l’ennesima volta – una condivisione comune e su larga scala (la quasi totalità delle Nazioni vi ha preso parte) delle preoccupazioni e la volontà di risolverle nel minor tempo possibile.

Il clima non cambia da un giorno all’altro, così come abitudini e comportamenti di quasi sette miliardi di persone: esso necessita di decenni, anni. Il compito attuale è, allora, limitare le emissioni di gas serra nel presente, ridurre drasticamente l’inquinamento con un programma (globale?) di educazione ambientale, affrontare l’enorme irrisolto problema dei rifiuti e dei rifiuti tossici, attuare politiche a lungo termine e severe che inizino sin da subito. Fra le politiche, l’art. 2 del testo prevede un contenimento dell’innalzamento delle temperature terrestri entro i 2 gradi Celsius, con l’obiettivo scritto e dichiarato di mantenerlo preferibilmente a 1,5. A ciò si accompagna una modifica degli assetti interni a ciascuna Nazione ed, in particolare, l’uso dei combustili fossili, destinati a sparire (stando ai propositi della XXI UNFCCC) entro i prossimi cinquant’anni.

Infine, fra gli aspetti positivi quello che Fabius ha più volte sottolineato e tenuto a ribadire: <<…si tratta di un accordo legalmente vincolante>>, ma è davvero così? Ebbene, non del tutto, ma solo in parte. La sua entrata in vigore, prevista per il 2020 (anno di chiusura del Protocollo di Kyoto), dovrebbe accompagnarsi ad una graduale presa di coscienza. Il cd. principio delle responsabilità comuni ma differenziate sancisce, per l’appunto, una bipartizioni fra Paesi industrializzati ed in via di sviluppo: i primi, con programmi più rigidi ed i secondi, con maggior tempo per attuarli. In entrambi i casi, i risultati delle emissioni prodotte e di quelle assorbite andranno presentati ogni cinque anni. Così si monitorerà – in un quadro flessibile – la reazione dell’ecosistema terrestre all’impegno diventato azione. Dal 2023, poi, con un meccanismo giuridico di revisione dell’Accordo, sarà altrettanto possibile modificarlo in alcune sue parti, in modo da agire nel comune interesse ambientale.

<<Se non sapete come fare a riparare tutto questo, per favore smettete di distruggerlo…>>: era il 1992, aveva solo dodici anni e parlò davanti ai leader del mondo durante la Conferenza di Rio de Janeiro, proprio quella che diede successivamente il via all’UNFCCC. Severn Cullis-Suzuki aveva ragione ventiquattro anni fa e ne avrebbe molta di più ancora oggi.

Il cambiamento climatico si fronteggia ad ogni livello, a cominciare dal rubinetto di casa nostra quando laviamo i denti.

 

Global Disaster

 


 

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About Barbara L. L. Maimone

COLLABORATRICE | Classe 1990, siciliana. È laureata in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Catania, con una tesi dal titolo: "Diritto e ambiente. Un'influenza reciproca?". Trasferitasi a Londra, è testarda, chiacchierona e amante dei carboidrati. Co-gestisce un blog contro gli stereotipi di genere. I diritti umani, le tematiche ambientali e la geopolitica sono fra i suoi maggiori interessi. Da cittadina del mondo, porta un po' d'Italia ovunque vada.

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