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Calcio: dietro lo score c’è di più

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Gianluigi Buffon (1978) è un calciatore italiano, portiere della Juventus FC e della Nazionale Italiana, delle quali è capitano

La febbre da UEFA Euro 2016 avanza. Tre giorni fa la Nazionale Italiana di Antonio Conte sbaragliava, contro ogni aspettativa, la Spagna di Vicente del Bosque, assicurandosi i quarti di finale contro la Germania.
 Il dentro o fuori contro i tedeschi si giocherà Sabato 2 Luglio sul campo di Bordeaux. Undici gli uomini in campo, in tribuna il dodicesimo: il tifoso.

 Come per i Campionati Mondiali, quella degli Europei è un’occasione durante la quale anche i non abituali estimatori di questo sport seguono gli sviluppi del torneo: che sia nel bar del quartiere, in casa da soli o con amici non importa, un po’ tutti si ritrovano dinanzi al grande schermo a tifare gli Azzurri.
 In questi casi, tra tutti gli sport, il calcio è forse quello che – specialmente negli italiani – è in grado di risvegliare maggiormente il sentimento d’identità nazionale; dotato di regole e strutture che fungono da cordone sanitario alla spontaneità delle azioni e delle emozioni che prenderebbero facilmente il sopravvento durante il match qualora non opportunamente limitate, esso è capace, attraverso il suo dinamismo in campo, di un effetto magnetico anche nei confronti di coloro che a questa disciplina sportiva guardano generalmente con scetticismo, come nel caso di molte donne e ragazze, solitamente assumenti un atteggiamento riluttante verso l’universo calcistico, ma che quando la competizione si estende a livello internazionale presentano un accanimento quasi pari a quello degli uomini.

Pensandoci bene il calcio potrebbe essere visto come una versione “sportiva” del romanzo giallo, ed è forse anche per questo che ci appassiona così tanto: si sa già come una partita andrà a finire, ossia con una squadra che avrà prevalso su un’altra sebbene alle volte l’esito possa anche essere un pareggio. 
In quest’ultimo caso potrebbe sembrare dunque non esserci un vero e proprio vincitore, ma solo finché non consideriamo che, a livello di prestazioni, si verificherà comunque che una delle due contendenti si mostrerà come la migliore sul terreno di gioco, poiché nel calcio non sono solamente i risultati che contano, quanto piuttosto le dinamiche che portano la squadra alla conquista di essi; nel caso delle competizioni ad eliminatorie il parallelismo con i romanzi gialli diventa invece lapalissiano, dato che al fischio d’inizio lo spettatore è conscio del fatto che ci sarà un vincitore tra le due squadre in campo, eppure come si arriverà a tale risultato, se con un sorprendente auto-goal, il ricorso ai tempi supplementari o ai calci di rigore, è un qualcosa che possiamo solamente ipotizzare, ma mai conoscere con certezza prima del fischio conclusivo.

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La Fontana della Barcaccia sita in Piazza di Spagna, Roma:  tifosi olandesi del Feyenoord Rotterdam la riducono in questo stato – 19 Febbraio 2015

Numerose sono altresì le simmetrie con l’ambito bellico: molti dei termini utilizzati nel contesto calcistico sono difatti estrapolati dal gergo militare. Così il leader di una squadra diventa il capitano, si parla di attacco e di difesa, di giocatori che vengono schierati in campo, di tiri che assomigliano a cannonate, di vittorie e sconfitte. Forse che il calcio non possa essere visto come una metafora “pacifica” della guerra? Certo, pacifica nella misura in cui non si abbia a che fare con i casi di violenza negli stadi, come quando gli ultras olandesi si scagliarono come una mandria di bufali imbizzarriti sulla Fontana della Barcaccia a Roma nel Febbraio dello scorso anno, o quando dei tifosi dell’Atalanta Bergamasca Calcio furono costretti ad uno stop delle trasferte della durata di ben tre mesi a seguito dei gravi episodi di violenza verificatisi al termine della partita contro l’AS Roma nel 2014. Si potrebbe continuare per ore, ma per rendere giustizia all’argomento e trattarlo approfonditamente servirebbe un altro articolo e questa non pare al momento essere la sede adatta.

Volendoci agganciare al discorso effettuato poc’anzi, al lettore non apparirà dunque così inusuale il manifestarsi di quella perdita di lucidità che alle volte affligge noi tifosi: non a caso il termine Tifoso deriva dal greco Τυφώς, termine con cui si soleva riferirsi quelle malattie causanti febbre alta e offuscamento delle facoltà cognitive, con conseguente compromissione della lucidità dell’individuo; anche il “contagio” di adrenalina, passione e allegria che i tifosi sono soliti trasmettersi ci riconduce all’area semantica della malattia.
 Quante volte ad esempio durante la visione di un match, in veste di tifosi medi, abbiamo contestato la decisione di un arbitro solamente perché essa andava a discapito dei nostri giocatori? Ci riesce più semplice invece provare soddisfazione per quei provvedimenti che ostacolano la squadra avversaria, inebriati dalla sete di vittoria e soddisfazione, peccando talora d’oggettività. 
L’attaccamento alla squadra ed il coinvolgimento emotivo durante una partita talvolta possono rivelarsi talmente forti da provocare una spersonalizzazione in cui l’individuo, inteso come entità singola, si annichilisce dietro ad espressioni che sfociano nel più profondo pluralismo, come <<abbiamo vinto>>, <<li abbiamo distrutti>> o, toccando ferro, <<abbiamo perso>>.

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Henri Tajfel (1919-1982) è stato uno psicologo britannico di origine polacca. A partire dalla metà degli Anni ’50, fu tra i primi ideatori della “Teoria dell’Identità Sociale” (SIT)

Ma perché tutto ciò accade? Una spiegazione ci viene offerta dalla teoria dell’identità sociale ideata dallo psicologo britannico, d’origine polacca, Henri Tajfel.
 Sostanzialmente, in tale teoria il gruppo viene percepito come luogo d’origine dell’identità sociale: l’individuo nel gruppo trova un espletamento di sé e nella rivendicazione dell’appartenenza ad esso trova una strada per auto-affermarsi. 
Nel momento in cui il sentimento d’appartenenza si fa più profondo, automaticamente affiora quella tendenza a creare distinzione tra il proprio gruppo e tutti quelli che, al contrario, vi si discostano.
 Emerge dunque una volontà di distinzione che ha il fine di affermare la propria cerchia come migliore a discapito delle ulteriori e, in questa esigenza d’affermazione, in questo disperato bisogno di prevalere e metterci in luce rispetto agli altri, non vi è altro da vedere se non una volontà di determinare il proprio valore utilizzando il gruppo come mezzo che giustifichi il fine. 
Capita così che, anche sulla base di motivazioni banali ed infantili, altre volte adottando comportamenti negativi o sviluppando sentimenti pregiudizievoli, cerchiamo di raggiungere una differenziazione che ci confermi come migliori, e come membri di un insieme, e come personalità individuali.
 Tajfel sperimentò la veridicità della propria teoria in una circostanza simile a quella di una partita di calcio, solamente che invece di due squadre in completi da calcio vedevamo la contrapposizione di due gruppi, uno propendente verso i dipinti di Paul Klee, l’altro di Wassily Kandinskij e il terreno di gioco era certamente il contesto artistico.
 Il seguito non è difficile da immaginare, poiché – cosa alquanto prevedibile – ciascun gruppo tentò di dipingere il proprio artista favorito come migliore rispetto all’altro, innescando quei meccanismi che nella suddetta teoria trovano la loro giustificazione.

Insomma, non si parla di tifo e tifosi solamente nel calcio, quanto piuttosto in qualsiasi contesto emerga una competizione tra due versanti.
 Nel caso del calcio in particolare, ritengo esso costituisca per il nostro stivale quel ramo delle discipline sportive suscitante maggior attenzione e coscienza nazionale nei suoi estimatori.
 In conclusione, proprio per il ruolo che tale disciplina riveste nel panorama nazionale, credo sarebbe auspicabile una visione di esso non solo come mezzo d’identificazione, quanto anche di sostegno reciproco e rispetto: dopotutto non è forse questo lo spirito che dovrebbe prevalere in qualunque cornice sportiva? 
I Mondiali e gli Europei non hanno solamente il fine di decretare un vincitore, così come i Giochi Olimpici: il messaggio più importante che può e deve trasparire in questi casi, oltre alla sportività che dovrebbe sempre regnare sovrana, ma che talvolta viene sfaldata dall’impetuosità delle emozioni e dei sentimenti umani, è che la chiave di volta della cultura sportiva è l’unione. 
Lo scopo principale dello sport dovrebbe essere proprio quello di regalare emozioni, soddisfazioni, ma anche comunanza, stima, supporto, non solo tra gli atleti, ma anche tra le Nazioni che essi rappresentano.

Credo che mai come adesso il panorama globale, specialmente europeo, abbia avuto l’esigenza di ricevere simili stimoli. 
Sono perfettamente consapevole del fatto che qualcuno starà già ridendo poiché queste righe finali potrebbero essere facilmente percepite come il misero e chimerico pensiero di un sognatore da additare come venditore di baggianate melense in nome del mellifluo ed inutile moralismo o della tanto agognata quanto utopica pace nel mondo, ma io continuerò comunque a sostenere quanto la purezza delle cose belle debba essere stabilmente preservata e, nel caso dello sport, non solo la bellezza, quanto la lealtà e tutti quegli ingredienti dell’etica sportiva che umanizzano, forgiano i nostri caratteri e ci indirizzano verso una via comportamentale sicuramente più esemplare e salutare di tante altre.
 Si finisce sempre per additare come espressione di moralismo le cose che trasudano bellezza, piacevolezza, quelle che celano speranza, cambiamento, che cercano di risvegliare quei sentimenti positivi che ultimamente, in un mondo sempre più votato alla cattiveria, vengono addirittura derise e considerate tartuferie servite gratuitamente solamente perché non si ha nient’altro da dire. 
E va bene così, nella misura in cui sia solamente chi non riesce più a credere nella bellezza a vedere il mondo attraverso tale prospettiva.

Sinceramente non so voi, ma quando durante la fase a gironi sento i tifosi irlandesi intonare l’Inno di Mameli io un pensierino sul fair play, sulla sportività e tutto ciò che di positivo lo sport può regalare lo faccio.





 

 

 

 


 

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About Sara Campisi

REDATTRICE | Siracusana, innamorata della sua terra, classe 1996. Frequenta la triennale di Filosofia presso l'Università degli Studi di Bologna. Visionaria, irrimediabilmente e perennemente distratta, lettrice camaleontica con uno spiccato interesse per la fisica. Ama i viaggi, la musica classica ed il mare.

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