bullismo

Il bullo all’interno del mondo scolastico

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Nelson Muntz, il celebre bullo della celebre sitcom animata statunitense The Simpsons
Nelson Muntz, il celebre bullo della popolare sitcom animata statunitense The Simpsons

Com’è facile immaginare, uno dei luoghi nei quali si presenta maggiormente il problema del bullismo è sicuramente il mondo della scuola. All’interno della classe, che dovrebbe essere il luogo maggiormente sorvegliato dagli adulti, si verificano più di frequente le azioni bullistiche. Questo fenomeno può essere imputato al fatto che la scuola, e in particolare l’aula scolastica, è il luogo nel quale i ragazzi passano la maggior parte del loro tempo insieme. Inoltre, a differenza del gruppo dei pari con i quali i giovani si trovano nel loro tempo libero, il gruppo classe è abitualmente molto eterogeneo [1]. Alcune ricerche riferiscono che gli episodi di sopraffazione avvengono: nel 41,3% dei casi in ambiente scolastico (escludendo la classe); nel 49,6% dei casi in aula; nel 4,9% nel tragitto casa-scuola e nel 4,2% dei casi per strada [2].

La compresenza all’interno del gruppo classe di soggetti con caratteristiche che li rendono più facilmente vittime (un handicap fisico, l’origine straniera, la timidezza o l’essere sovrappeso) con possibili bulli rende purtroppo più probabile il verificarsi di situazioni di bullismo [3]. Gli atti più gravi ed espliciti avvengono solitamente in luoghi e momenti che sfuggono al controllo degli insegnanti e del personale scolastico (ad esempio durante i cambi dell’ora o nei bagni) [4]. Non sempre, però, la presenza dell’insegnante è garanzia di controllo, in quanto a volte l’adulto presente in aula sottolinea le debolezze di alcuni studenti (magari nel tentativo di aiutarli o confortarli), esponendoli inconsapevolmente all’attenzione dei compagni ed in particolare di chi all’interno del gruppo classe ha relazioni malsane (con il risultato di segnalare i soggetti più deboli e vulnerabili e di conseguenza più facilmente attaccabili) [5]. Alcuni dati ci rivelano che sia le vittime che i bulli hanno poca fiducia negli adulti e sentono che da essi non possono ottenere sicurezza e protezione. Dai colloqui svolti da Salvatore Castorina è emerso che le vittime:

  • non hanno fiducia nei loro insegnanti da cui ritengono di non poter ricevere aiuto e temono piuttosto di incorrere in qualche punizione disciplinare;
  • sono talmente impauriti dai persecutori che preferiscono il silenzio e l’isolamento alle minacciate rappresaglie;
  • ritengono gli adulti inadeguati a rispondere alle loro richieste d’aiuto perché incapaci di comprendere [6].

Un altro elemento che facilita il bullo nel riconoscimento di possibili prede è il fatto che nella quotidianità della vita scolastica ci sono molte occasioni in cui ci si apre all’altro rivelando i propri punti deboli, Se in una sana relazione questo atto di confidenza è una della basi dell’amicizia, in un rapporto malsano, come quello che si instaura tra bullo e vittima, esso contribuisce a rafforzare le diverse posizioni gerarchiche tra i ragazzi [7].

 

  • L’INFLUENZA DEL GRUPPO NEGLI EPISODI DI BULLISMO

wp-1475685857492Un gruppo è sempre qualcosa di più e di diverso della semplice somma dei suoi membri, è un soggetto nuovo, che necessita di un fattore di coesione per restare insieme [8]. All’interno di una classe si creano diverse forme di gruppo, una di tipo formale (di cui è espressione l’elenco nel registro) e altre informali (legate alle amicizie e agli affetti). Tra questi insiemi vi può essere una forte discrepanza e i gruppi informali possono essere più vincolanti del gruppo formale, in quanto in essi si determinano non esclusivamente le amicizie ma anche le esclusioni. Come ci mostrano gli studi di psicologia sociale, il bullismo si definisce sulla base di una legge che stabilisce chi è degno di far parte del gruppo (ingroup) e chi invece deve rassegnarsi a starsene fuori e può essere trattato con prepotenza (outgroup[9].

Il fenomeno degli atti di bullismo risulta in un certo qual modo funzionale alla creazione del gruppo. La definizione di un leader prepotente e di un capro espiatorio vittima di prepotenze sorregge il gruppo in quanto gli consente di stabilire i propri confini [10]. La sofferenza della vittima viene ignorata e trascurata, in quanto riguarda soggetti che appartengono all’outgroup e nei quali nessuno aspira ad immedesimarsi (assenza di empatia). Anche nelle dinamiche di classe il gruppo risulta determinante in quanto, manifestando simpatia e benevolenza nei confronti dei bulli, e coprendoli con atteggiamenti omertosi, porta le vittime a vivere in un clima di disprezzo e di abbandono. L’omertà che si respira all’interno della classe spesso è alimentata dal fatto che i punti deboli della vittima evocano debolezze proprie dei membri del gruppo, che con il silenzio cercano di occultare [11].

All’interno del gruppo dei pari solitamente non vi è una leadership definita. È indubbio, però, che la figura del bullo risalti all’interno dei diversi ruoli che si creano nella classe (il portavoce, il mediatore, il paciere ecc.), in quanto è colui che con maggior forza difende e tutela l’identità gruppale. Il bullo risulta avere spesso le caratteristiche del leader e, seppur isolato da parte della maggioranza dei compagni di classe, risulta essere tenuto in considerazione da un gruppo (solitamente ristretto) che lo ammira per le sue qualità di capo-branco [12].

Una triste conferma del fatto che il bullo non sia completamente isolato e non nasconda le proprie azioni la troviamo nell’agghiacciante episodio di violenza in classe verificatosi a Torino, dove tre ragazzi e una ragazza hanno picchiato e seviziato un compagno disabile e hanno filmato e diffuso in rete il sopruso appena compiuto. La creazione di uno pseudo evento mediatico contribuisce a banalizzare la gravità del gesto, sottraendo valore alla dignità e alla sofferenza dell’altro. Gli autori stessi del filmato, nel momento in cui attuavano la violenza, si ponevano come spettatori della stessa [13]. In modo quasi paradossale la vittima non viene totalmente esclusa dal gruppo, ma ne diviene il collante attraverso la sua funzione di capro espiatorio. Un collettivo, quando si sente minacciato da attacchi esterni, cerca al proprio interno un soggetto che divenga il bersaglio delle attenzioni negative. Facendo così, si pone in essere un meccanismo difensivo inconscio, che consolida l’unità interna del gruppo e mira ad affermarne la superiorità rispetto ad altri gruppi [14].

Oltre alle dinamiche di ingroup-outgroup, che si manifestano «là dove in una collettività (ad es. in una classe scolastica) vi sono forti divisioni tra un sottogruppo dominante e altri sottogruppi o singoli soggetti in condizione di inferiorità» [15], possiamo individuare almeno altri due fenomeni che possono spiegare l’influenza del gruppo dei pari sull’azione del bullo.

Il primo meccanismo fa riferimento all’azione di rinforzo che il coro (riprendendo la metafora teatrale) agisce nei confronti del prepotente. Come abbiamo già accennato ciò che conta di più per il bullo è «l’esibizione della propria supremazia e la venerazione e il rispetto del suo pubblico» [16]. Come possiamo notare dall’analisi del caso di Torino, il bullo e il suo gruppo traggono una grande gratificazione dal fatto di essere osservati, ammirati e sostenuti da un gruppo di fans che li pongono al centro dell’attenzione [17].

La psicologia sociale e gli studi sui comportamenti di massa ci mostrano come possa accadere che soggetti non aggressivi compiano in gruppo azioni che difficilmente agirebbero da soli. Dan Olweus nelle sue ricerche dice che «può anche accadere che certi studenti, gentili e non aggressivi, partecipino ad episodi di bullismo per una riduzione del senso di responsabilità individuale» [18]. Il fenomeno della diffusione o diluizione della responsabilità personale può influire fortemente sulle azioni di bullismo in quanto «il soggetto può commettere azioni ignobili senza vergogna, perché non è stato lui, ma il gruppo a commetterle» [19].

Le analisi fatte nelle realtà scolastiche ci mostrano che le figure di bullo e vittima risultano stabili anche a distanza di alcuni anni. Si registra una certa inalterabilità di ruolo che, spesso, rimane il medesimo anche cambiando classe e compagni. Questo dimostra che il comportarsi da bullo – o subire la condizione di  vittima – può non essere un fenomeno transitorio, ma rischia di ripetersi nel corso dell’esperienza scolastica (e non solo, per alcuni soggetti può addirittura ripetersi in altri contesti sociali).

Il che evidenzia l’importanza di un intervento tempestivo [20].

 

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NOTE UTILI:

[1] Cfr. Civitta A., Il bullismo come fenomeno sociale uno studio tra devianza e disagio minorile, op. cit., p. 71

[2] Cfr. Castorina S., Fantasie di bullismo. I racconti di bulli e vittime al test proiettivo dell’abuso infantile, op. cit. p. 26

[3] Cfr. Cravita S., L’ alunno prepotente conoscere e contrastare il bullismo nella scuola,  La Scuola, Brescia, 2004, p. 159

[4] Cfr. ivi p. 75

[5] Cfr. ivi p. 72

[6] Castorina S., Fantasie di bullismo. I racconti di bulli e vittime al test proiettivo dell’abuso infantile, op. cit. p. 27

[7] Cfr. ivi p. 72

[8] Cfr. Novara D. – Regoliosi L., I bulli non sanno litigare! L’intervento sui conflitti e lo sviluppo di comunità, op. cit.,  p. 108

[9] Buccoliero E. – Maggi M., Bullismo, bullismi. Le prepotenze in adolescenza dall’analisi dei casi agli strumenti d’intervento, Franco Angeli, Milano, 2005, p. 64

[10] Cfr. ivi p. 64

[11] Cfr. Menesini E. (a cura di),  Bullismo le azioni efficaci della scuola, Erickson, pp. 82-83

[12] Bruno K- Clemente G.- Ottolini G – Ratti C. – Vassura M., Il bullismo dalla foto al video. Un percorso nel Verbano-Cusio-Ossola, Gruppo Abele, Torino, 2009, p. 29

[13] Cfr. Scurati A., Gli anni che non stiamo vivendo il tempo della cronaca, Bompiani, Milano, 2010, p. 50

[14] Cfr. ivi p. 35

[15] Novara D. – Regoliosi L., I bulli non sanno litigare!, op. cit. p. 101

[16] Ivi p. 102

[17] Cfr. ivi

[18] Olweus D., Il bullismo a scuola. Ragazzi oppressi, ragazzi che opprimono, op. cit. p. 42

[19] Novara D. – Regoliosi L., I bulli non sanno litigare!, op. cit. p. 102

[20] Cfr. Menesini., E. (a cura di),  Bullismo le azioni efficaci della scuola, Erickson, Trento, 2003, pp. 25-26

 


 

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About Francesco Tamburini

COLLABORATORE | Classe 1984, laureato in Scienze dell'Educazione presso l'Università Cattolica di Brescia. E' appassionato di storia, di tematiche formative, di bullismo, dell'uso delle tecnologie in ambito educativo e del loro influsso sulle relazioni umane. Amante sportivo, è un gran milanista. Crede che si debba sempre fare della propria vita un piccolo capolavoro, svolgendo sempre il proprio dovere al meglio.

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