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Buenos Aires: la città dei record

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Cartina dell’Argentina

Buenos Aires è una città esagerata. E i suoi abitanti, i porteños, un po’ megalomani. Anche al più diffidente dei forestieri basteranno poche ore per rimanere affascinato da una capitale così orgogliosa delle sue stranezze e dei suoi record, da questo suo contagioso senso di grandezza e di superiorità, dai suoi abitanti che si confrontano senza complessi con le grandi metropoli del mondo.

Per cominciare a capire Buenos Aires basta camminare per la Calle Corrientes, fino all’incrocio con 9 de Julio. In questo crocevia da cartolina, con in mezzo l’Obelisco, simbolo cittadino, si riflettono alcune passioni argentine. Per primo, il gusto per per la dismisura, per le strade enormi, gigantesche, di cui la 9 de Julio (140 metri) è la regina, e che i porteños assicurano essere la più larga al mondo. Tanto larga è quest’arteria che collega il centro con la periferia Sud, che non la si può attraversare tutta d’un colpo: occorre fermarsi a metà strada e aspettare una seconda opportunità dal semaforo. Corrientes, invece, è la via delle librerie e dei teatri. Due passioni locali. Per quanto riguarda le librerie, Baires vanta un record di prestigio: è la città che ne ha di più al mondo per abitante (quattrocentosessantasette in totale, venticinque ogni centomila persone). I teatri, invece, sono più di duecento; Baires ne ha addirittura più di Londra. La superano soltanto Parigi e New York.

Ma qui la vera grande passione, lo sanno tutti, è il fútbol. E se di record si tratta, Buenos Aires vanta quello di essere la città con più stadi da calcio al mondo. Ce ne sono ben trentasei, più di Rio de Janeiro, San Paolo e Madrid messe insieme. Qui tutti i quartieri hanno una squadra (in Primera División le squadre di Buenos Aires e dintorni sono tredici). Ce ne sono di enormi e famosi, come l’Estadio Monumental (del CA River Plate) e l’Estadio Alberto José Armando detto La Bombonera (del CA Boca Juniors) e di piccoli – ma non privi di storia – magari incastonati in mezzo alle vie di una zona residenziale come quello dell’AA Argentinos Juniors, che pur di giocare nel suo quartiere, La Paternal, disputa le gare casalinghe in una struttura munita soltanto di tre tribune, perché per la quarta non c’è posto.

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CA River Plate e CA Boca Juniors si affrontano: il derby tra i due club più importanti di Buenos Aires viene definito “Superclásico”

Fino a poco tempo fa, però, tutta questa grandeur e tutta questa smisuratezza a Buenos Aires erano inconcepibili. Nel 1810, anno della Revolución contro gli spagnoli, la capitale argentina era una cittadina di quarantamila abitanti, senza università, con un teatro, un liceo, due caffè e poco altro. Le cose iniziarono a cambiare a metà secolo. La capitale dell’Argentina divenne il porto d’approdo di ondate di migranti provenienti da ogni angolo d’Europa e crebbe in modo spropositato. Nel 1855, gli abitanti di Baires divennero novantamila. Nel 1869, addirittura centottantasette mila. Prima della Grande Guerra saranno un milione e mezzo.

Ed è proprio in questo periodo che l’influenza italiana cominciò a farsi sentire. Arrivarono prima i liguri, i veneti ed i piemontesi, poi i campani e i siciliani. Il lunfardo, il dialetto di Buenos Aires e del tango, si riempe di vocaboli italiani, genovesi e napoletani. Gli italiani divennero la comunità più numerosa della città, superando persino gli spagnoli (oggi almeno un porteño su due ha discendenze italiane). Arrivarono pure gli inglesi, che costruirono le ferrovie e portarono con sé il football. Buenos Aires, e l’Argentina, divennero ricchissime.

Agli inizi del Novecento, l’Argentina era il «granero del mundo / trad: granaio del mondo». Era fra i primi dieci Paesi per PIL pro capite e Buenos Aires, con il suo porto, appariva come una città fastosa, ove sorgevano case e palazzi in stile francese ma anche tantissimi conventillos, la case popolari dove si stipavano gli immigrati, così tipiche di La Boca. Nel 1913, la linea A collegò per la prima volta Plaza de Mayo con Plaza Miserere: si tratta della prima metropolitana mai realizzata in America latina.

Quella di Buenos Aires, però, un peso sul resto del Paese: un’influenza eccessiva. La città cresce a dismisura, concentra su se stessa troppo potere e le restanti aree della Nazione ne risentono: non si sviluppano alla stessa velocità e accusano i porteños di egoismo. Una sproporzione, quella fra la capitale e il resto dell’Argentina – oggi più di 1/3 della popolazione abita a Buenos Aires e dintorni – che non fa altro che alimentare un sentimento di antipatia tutt’oggi ancora esistente. Dal 1930 in poi, col primo golpe militare, iniziò la decadenza di Buenos Aires (e dell’Argentina). Ma nonostante tutto, dopo sei colpi di Stato militari e innumerevoli crisi economiche, Buenos Aires rinasce sempre.

Un po’ melancolica, orgogliosa del suo passato, affacciata all’immenso mare dolce che è il Río de la Plata (il fiume più largo al mondo, se vogliamo tornare ai record!).

 

 


 

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About Federico Fraioli

CORRISPONDENTE DALL'ESTERO | Classe 1990, italo-argentino. Nato a Savona, ha vissuto a Córdoba e Parma, prima di trasferirsi a Buenos Aires nel 2002. Studia Lettere presso l'UBA. Giornalista, insegnante di italiano, juventino.

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