epa05386674 Exterior view of Manchester Town Hall, the setting for the national count in the EU referendum, in Manchester, Britain, 23 June 2016. Counting gets underway in the referendum on the UK's membership of the European Union.  EPA/PETER BYRNE UK AND IRELAND OUT

Brexit: alla fine l’Inverno è arrivato

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stream_imgQuesto fine settimana si annuncia il gran finale della sesta stagione della popolare serie TV Game of Thrones. Per anni era un leitmotiv della serie <<L’Inverno sta arrivando>>; probabilmente in questa puntata i fan saranno soddisfatti – dopo anni di attesa – e per i sette Regni il futuro è incerto. Ma l’Inverno non è arrivato soltanto a Westeros, bensì anche nella nostra Europa. La piovosa Gran Bretagna, Regno del Nord, ha deciso infatti di uscire dall’Unione Europea. Si potrebbe fare del parallelismo con la proclamazione degli Stark come Re del Nord e del regno indipendente rispetto a Kings Landing, ma aldilà delle ironie è un evento storico che può avere proporzioni enormi, al pari del crollo del muro di Berlino. Il problema è che nessuno si è trovato preparato, provocando quindi un’ondata di panico che probabilmente continuerà per diverse settimane. Ma cosa significa questa Brexit? Perché segna una svolta che può avere effetti epocali?

Ho avuto il privilegio di far parte della commissione elettorale, come osservatore internazionale. Il mio ruolo era semplice: garantire il rispetto delle procedure avendo una posizione neutrale e non potendo partecipare attivamente né alla campagna né tantomeno al voto.

Ufficialmente tutti i partiti erano schierati per il Remain, ad eccezione dell’United Kingdom Independence Party (UKIP) di Nigel Farage e dell’Ulster Unionist Party (UUP) che erano invece per il Leave. In questo contesto, il Conservative (Tory) Party ha tenuto un atteggiamento ufficialmente neutrale essendo spaccato al suo interno. In realtà però, a prescindere dai colori di partito, solo in alcuni casi i partiti sono stati compatti sulla decisione, in particolare i due grandi partiti si sono spaccati. Non sorprende, quindi, che alla fine che chi faceva campagna erano le due campagne Vote Leave e Remain. Per le strade di Londra erano molti i supporter che davano volantini informativi per convincere gli indecisi e in TV vi erano infiniti dibattiti. L’eccessiva l’ondata di informazioni sul tema, però, invece di informare i cittadini ha avuto l’effetto opposto. I britannici non hanno voluto più ascoltare e non hanno voluto neanche più seguire i moniti di quelle che un tempo erano delle istituzioni rispettate come la Bank of England. La perdita di legittimità delle istituzioni politiche ed economiche è stato il cavallo di battaglia della campagna del Leave, che hanno continuato a dire allo sfinimento <<Per anni non hanno mai azzeccato una previsione, perché questa volta dovrebbero avere ragione?>>.

Gli ultimi giorni di campagna elettorale, entrambi i fronti hanno puntato tutto sul sentimento al di fuori di ogni logica. Il Remain ha puntato tutto sul fattore della paura con immagini apocalittiche e di un Regno Unito che sarebbe sparito dalle carte geografiche; il Leave invece ha puntato sulla nostalgia del passato, quando l’Inghilterra era una potenza e che sarebbero potuti tornare grandi (Make England Great Again vi suona familiare?).

Inoltre, data l’importanza del referendum, non sono mancate polemiche sulla procedura di voto. Per esempio, una delle critiche principali è stato il fatto che se i cittadini europei non avrebbero potuto votare poiché non britannici, i cittadini del Commonwealth (con un permesso di soggiorno) potevano tranquillamente recarsi alle urne. La polemica più forte, poi, è stata la questione della registrazione. In Italia, per votare, è sufficiente avere diciotto anni e la tessera elettorale la ricevi automaticamente: non è così invece nel Regno di sua maestà, dove occorre registrarsi una-due settimane prima. Un passaggio non scontato che, difatti, ha creato diversi problemi e costringendo il Governo a posticipare la scadenza per le registrazioni a soli quattro giorni prima del referendum.

Dopo mesi di polemiche, si è finalmente giunti al fatidico giorno del voto. La partecipazione per gli standard dell’UK è stata spettacolare, come si è notata in molti seggi, e addirittura in alcuni si erano formate delle code prima delle 7:00 del mattino, in attesa dell’apertura. Non sono mancati anche coloro che sono tornati a votare dopo tanti anni, o per chi invece si è rivelata la prima volta. In un seggio, ad esempio, si è recata una donna di ben novantadue anni che veniva a votare per la prima volta in vita sua. Se da una parte quest’alta partecipazione può essere salutata come un grande esempio di democrazia, dall’altra occorre però vedere il rovescio della medaglia. Mentre i seggi venivano affollati di elettori, non era inusuale – purtroppo – che la gente arrivasse chiedendo cosa votare a quello accanto o che decidesse di votare, alla fine, per tutte e due le opzioni. Il grande disappunto è stato la bassa affluenza dei giovani: in alcuni seggi non ne hanno visto neanche uno. I pochi casi non hanno nascosto la loro affiliazione, portando magliette o stickers a favore del Remain.

Arrivati alla sera, al momento del conteggio delle schede, ho avuto l’onore ed il privilegio di trovarmi nientemeno chr nella sede della City, cuore pulsante di Londra.  Fin da subito quelli del comitato del Leave parlavano di rischio brogli a favore del Remain, sospettando che anche gli osservatori come noi – essendo europei – potevamo influenzare il conteggio. Quando erano usciti i primi risultati a favore del Remain, gli oppositori dell’UE parlavano già di complotto e che una vittoria di stretta misura non è una vittoria. Durante la notte, però, la situazione è cambiata radicalmente ed è avvenuto quello che per me è stato più sorprendente. Quando ormai il Leave era chiaro che vincesse, gli stessi promotori erano come interdetti. <<Non è possibile che abbiamo vinto>> mi dice uno di loro, <<Non potevamo vincere>> mi afferma un altro, ed infatti a risultati definitivi l’incredibile: nei primi attimi nessuno ha applaudito. Si è verificato soltanto poco, ma più per circostanza che altro.

 

 

A Londra, il giorno dopo, c’è stato un clima di rabbia e delusione dopo anche i primi dati del Pound crollato. L’esito del voto ha colto tutti impreparati, specialmente quelli del Leave che  per mesi hanno dichiarato <<A future to beleave>> (un futuro in cui credere, con un gioco di parole tra leave e believe) e adesso non ci credono più neanche loro, o forse non ci hanno mai creduto. In meno di ventiquattro ore, infatti, hanno addirittura smentito diversi cavalli di battaglia della loro campagna. Farage ha dichiarato che i 350 milioni di sterline che il Regno Unito versava nelle casse di Bruxelles non saranno dati al sistema sanitario nazionale come promesso. Daniel Hannan, deputato conservatore e sostenitore della Brexit, ha dichiarato che non sarà possibile controllare l’immigrazione. Ma probabilmente la dichiarazione più clamorosa è quella di Boris Johnson, ex sindaco di Londra e probabile futuro Primo Ministro, che ha dichiarato che la Brexit non è una priorità per il nuovo Governo. Inoltre parecchi, dopo il risultato, hanno chiesto all’UE di garantire i finanziamenti europei, vitali per le economie regionali del Galles e della Cornovaglia, una richiesta che suona però ridicola dopo quello che è appena successo.

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Alexander Boris de Pfeffel Johnson (1964) è un politico e giornalista britannico con cittadinanza statunitense, esponente del Conservative Party e Sindaco di Londra per due mandati, dal 4 Maggio 2008 al 9 Maggio 2016

Se quindi qualcuno sperava di aver votato il Leave per ritornare alle grandezze del passato, si dovrà ricredere: ed infatti molti si sono già pentiti. Quelli del Leave hanno dichiarato di allungare i tempi il più possibile ed alcuni deputati hanno perfino chiesto di annullare tutto per ritornare al voto, scatenando l’ironia e la frustrazione del Vecchio Continente. A Bruxelles, infatti, sono per un divorzio rapido per evitare che si scateni un effetto domino e porre fine a quel rapporto che per anni venne definito dagli esperti come un <<akward relationship>>. La realtà è che questo referendum ha messo il Re a nudo e adesso si sono aperte delle spaccature nella società britannica (ed europea), che difficilmente saranno rimarginate in tempi rapidi.

La prima spaccatura è quella sociale: si è trattato di un voto contro la capitale, unica l’Inghilterra che ha votato a favore. Non è un caso che il giorno dopo, a Londra, per reazione abbiano presentato una richiesta di indipendenza dal resto del Regno. La seconda spaccatura è il voto della campagna contro le città, dove praticamente tutte le metropoli hanno votato per il Remain a differenza dei centri più piccoli. La terza spaccatura è la differenza di voto tra Paesi, dove Scozia ed Ulster hanno votato per rimanere e invece l’Inghilterra e Galles per uscire. Una spaccatura che già, in Scozia, ha l’effetto di un terremoto e dove secondo gli ultimi sondaggi – se ormai si possono definire ancora affidabili – danno attualmente l’indipendenza al 56% contro il 44% di quando si è svolto l’ultimo referendum.

Ma probabilmente la spaccatura più grave è, forse, quella generazionale. Nonostante pochi giovani siano andati a votare, erano massicciamente per rimanere e adesso si sono trovati tagliati fuori dal resto del Continente. Uno di loro, mentre ero lì, mi disse che <<la generazione dei nostri genitori è stata la peggiore, una generazione di egoisti che ha distrutto l’ambiente, ha distrutto il welfare ed adesso vuole distruggere una delle ultime cose che ci rimane: la libertà di movimento, devono sparire>>.

UK ed UE si trovano quindi ad affrontare una sfida epocale, trovandosi completamente impreparati e con Governi deboli o inesistenti. Se però per l’Europa questa può trasformarsi in un’opportunità quasi unica per risolvere finalmente gli annali problemi della costruzione del sogno europeo che erano stati rimandati al domani – incoraggiante è, ad esempio, la proposta dei sei Paesi fondatori di avviare una nuova riforma dei trattati – per il Regno ormai disunito potrebbe diventare l’inizio di un’agonia che in ogni caso, invece di farla grande, la renderebbe ancora più piccola in Europa e nel mondo. A confermare che questa può essere l’inizio di una lunga fase di disintegrazione, infine, sarebbero le voci di un’imminente abdicazione della Regina Elisabetta II.

L’Inverno è arrivato: per l’Europa sarà una lunga fase di instabilità e l’Unione, come Westeros, è alla ricerca disperata di un Azor Ahai. L’eroe che sconfiggerà le tenebre.

 

 


 

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About Cristoforo Simonetta

COLLABORATORE | Nato a Bagno a Ripoli (FI), il 31 Dicembre del 1991. Frequenta gli Studi Europei-Relazioni Internazionali presso l'Università degli Studi di Firenze. Ha partecipato in diversi progetti e programmi di interscambio all'estero, per cercare di conoscere e comprendere un mondo sempre più globalizzato e più vicino di quanto si possa credere. E' attivista presso l’organizzazione ambientalista "Amici della Terra".

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