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Il Brasile, la dittatura militare e il gene della dominazione

Pubblicato il Pubblicato in Costume e Società, Little Italy, Recenti

IL BRASILE, LA DITTATURA MILITARE E IL GENE DELLA DOMINAZIONE

o-dia-que-durou-21-anosLa biologia e la politica non sono aree di conoscenza facilmente assimilabili. La prima è una scienza che studia gli esseri viventi e le loro leggi organiche; la seconda, invece, è una scienza che analizza l’arte di governo delle Nazioni. Leggi naturali VS leggi artificiali, la creazione divina in contrasto con quella umana. Non è sorprendente trovare un abisso intellettuale tra un Charles Darwin ed un Montesquieu – e non è mio intento cercare di riempire ciò che non può essere riempito. Tuttavia, ogni giorno che passa mi ritrovo a pensare che la biologia, forse, potrebbe avere qualche influenza sulle problematiche della politica. Chissà per quale momento catartico, finisco col ricorrere a varie congetture e speculazioni, estrapolandole e deformandole entrambe. Il mio unico modo per riflettere su alcune questioni del gioco politico.

E’ il caso, per esempio, del culto nostalgico per i regimi totalitari. Dietro a discorsi infiammati e pieni di retorica, ci dev’essere qualche gene responsabile per la predisposizione di certi individui ad una sorta di idolatria per la dominazione. Soltanto utilizzando alcuni elementi della biologia, e l’esistenza di un codice genetico che determinerebbe certe caratteristiche, riesco a comprendere l’ansia e il sollevarsi di alcuni gruppi sociali in favore dei Governi autoritari. La diffusione di questi movimenti, in numerosi Paesi democratici, è alquanto sconcertante. Soprattutto in quelli dove le mani di ferro sono già stati nella sede del Governo. Nonostante io creda fortemente nell’idea che la bellezza della democrazia sia la pluralità delle opinioni, nello scontro diretto tra interessi divergenti e nella ricerca di un denominatore comune, desiderare la soppressione delle libertà democratiche causa parecchi incomodi (ed ecco qui l’ironia, che sa quasi di paradosso: la democrazia è così elastica e permissiva che accetta persino le insurrezioni da parte dei movimenti che mirano alla negazione della stessa democrazia!).

Oggigiorno, il Brasile è un perturbante esempio di questa tendenza che invoca un regime, almeno, antidemocratico. D’ora in avanti, farò una contestualizzazione ed una breve presentazione della mia angoscia. Nel 1964, come in molti altri Paesi dell’America latina, il Brasile ha vissuto e sofferto un colpo di Stato. Nella semi-paranoia instaurata dalla Guerra Fredda – rafforzata dall’alleanza di Cuba con l’Unione Sovietica – i militari deposero il Presidente della Repubblica legittimamente eletto e, con il pretesto di contenere una grave <<minaccia comunista>>, presero il potere. Ciò ne conseguì fu uno degli episodi più oscuri della nostra storia moderna: la Dittatura Militare (che durò fino al 1985). In questo periodo, assistemmo alla creazione di uno Stato di emergenza, con la sospensione dell’esercizio della democrazia ed una severa riduzione, se non completa soppressione, delle libertà individuali dei cittadini. Quando le forze militari entrarono in politica, istituirono un regime di vasta sorveglianza: le torture e gli omicidi furono trasformati in strumento di manutenzione della politica; le prigioni e gli esili, in espedienti di routine. La censura della stampa e lo stretto controllo dei meccanismi pubblicitari servirono alla conservazione ed al mascheramento della violenza adottata dal regime militare – ancora oggi molti prigionieri politici, presumibilmente uccisi dalle mani della dittatura, non sono stati ritrovati (è di recente creazione la Comissão Nacional da Verdade, CNV, trad: Commissione Nazionale della Verità, con lo scopo di investigare sule numerose violazioni dei diritti umani commesse in quel periodo storico e rivelare, dunque, i macabri elementi del nostro passato politico.

12343416_10205554630167235_1252079377_oIn sintesi, dal 1964 noi seppelliamo lo Stato di diritto e tutte le istituzioni democratiche. E la resurrezione, avvenuta nel 1985, non fu esattamente una resurrezione, anzi. Si trattò di una nuova nascita: la politica democratica è ancora nella sua infanzia. E quando si alza, vacilla con passi non ancora molto fermi. Recentemente ad esempio, nel Giugno 2013, durante le Primavere Arabe in Medio Oriente e Nord Africa, nonché l’Occupy Wall Street a New York, i brasiliani – in segno di protesta – occuparono le strade in diverse città del Paese. Queste manifestazioni, suscitate da molteplici problemi (come l’aumento delle tariffe del trasporto pubblico a San Paolo, o la violenza delle forze dell’ordine per “contenere” le proteste) e di fronte ad un diffuso malcontento con la classe politica nazionale, convergerono in un’armonia di voci, che si trasforma in un urlo contro la “corruzione”. Quest’agenda, anche molto astratta – nel senso che non aveva molti requisiti specifici per il cambiamento – è servita da avviso ai governanti: <<la classe politica non è intoccabile>>. Per l’amore nella Repubblica e la salute delle istituzioni democratiche, la radicata convinzione che vedeva i brasiliani passivi e pacifici di fronte ai problemi dello Stato era stata fortemente infranta.

Tali eventi hanno incoraggiato le esplosioni di proteste in tutta la Nazione. Negli ultimi giorni, il fuoco principale dell’insoddisfazione si è rivolto all’attuale legislatura della Presidentessa Dilma Rousseff e il Partido dos Trabalhadores (PT, trad: Partito dei Lavoratori). Il Governo del PT affronta, infatti, una forte percentuale di disapprovazione. L’ultima elezione, per esempio, che ha consacrato il quarto mandato consecutivo del partito nella presidenza (con l’ex leader sindacale, Luiz “Lula” Inácio Lula da Silva, eletto nel 2002 e rieletto nel 2006, e Dilma, eletta nel 2010 e rieletta nel 2014), ha lasciato una situazione per niente comoda al PT, essendo stata la corsa presidenziale più uniforme della storia della Repubblica (in cifre percentuali, 51,64% dei voti per l’attuale presidentessa, contro il 48,36% per il suo avversario Aécio Neves, del Partido da Social Democracia Brasileira (PSDB, Partito della Social Democrazia Brasiliana) – un’ala più conservatrice.

Tuttavia, valutare le tante critiche che il partito affronta all’interno della società civile (come l’economia a brandelli, le alleanze politiche che consentono la governabilità ma offuscano qualche credibilità e l’appoggio popolare sempre più silenziato) supera di molto la mia proposta. E’ più facile constatare, semplicemente, che questo nuovo mandato della Presidentessa Dilma – che, alias, è stata torturata nelle gattabuie della dittatura militare – non sarà certamente uno dei più calmi: si tratta, infatti, di una richiesta di impeachment ben analizzata ed orchestrata.

12380826_10205554632007281_937515676_oMa se le manifestazioni pubbliche di malcontento sono l’ossigeno dei regimi democratici, perché questa mia frustrazione ed agonia? La risposta al quesito è la sintesi di quanto detto finora, nonché il disturbo dei paladini della democrazia. Una delle voci che non si armonizzano con il modello governativo, occupando le strade e richiedendo con gran clamore delle riforme politiche – in un legittimo esercizio democratico, è vero – e richiedendo, più semplicemente, un intervento militare. Vi è un’articolazione espressiva da parte di alcuni gruppi che invocano l’ingresso delle forze armate nella scena politica, per la realizzazione di una pulizia. Una situazione molto simile a quella verificatosi nel 1964, che cercava di salvare il Brasile dalla peste comunista. Giovani, nati neanche nel periodo della repressione, ripongono nel regime autoritario l’unica speranza per quello che credono essere la salvezza della patria. In una cieca idolatria della Rivoluzione del ’64 – che va dalla dichiarazione di insoddisfazione della democrazia alla venerazione dei famosi torturatori della dittatura – lasciano traspirare la sete di totalitarismo.

Questa ideologia, un tantino paurosa, ha trovato persino una rappresentanza politica. Il deputato Jair Bolsonaro (Partido Progressista, PP) per esempio, un’icona dell’estrema destra, si dichiara favorevole all’instaurazione di un Governo militare e condivide gli atti di successo che impedirono al Brasile di allearsi con l’URSS. L’anno scorso, di modo quasi tragicomico, il deputato fu protagonista di una bizzarra celebrazione dei 50 anni dal colpo di Stato del 1964, con fuochi d’artificio e fascia in allusione alla Rivoluzione. Una celebrazione solitaria, è vero. Ma la pazzia e l’incoerenza sono sempre fonte di ispirazione.

In ogni caso, c’è qualcosa di nefasto dietro a questo desiderio di sommissione e di subordinazione. Alcune ipotesi possono sempre essere sollevate: l’ignoranza – o una conoscenza precaria – dei fatti storici, il semplice e puro banditismo, la predisposizione genetica che trascina gli individui alla dittatura. Ciononostante, l’universalità della questione è davvero dolorosa: non si tratta di un desiderio limitato all’effervescenza della politica brasiliana, ma di un coro che si diffonde nelle viscere della politica mondiale.

So bene, infine, che i fattori biologici e genetici non hanno tutta questa influenza nelle vicende politiche. La mia speculazione è servita per calmare lo spirito, tenendo viva la fede nella democrazia. Non resta che sperare la rivalsa del buonsenso e della libertà. O pregare, per una trasmutazione genetica.

 

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O BRASIL, A DITADURA MILITAR E O GENE DA DOMINAÇÃO

o-dia-que-durou-21-anosA Biologia e a Política não são áreas do conhecimento facilmente assimiláveis. A primeira, como a ciência que estuda os seres vivos e suas leis orgânicas; a segunda, como a ciência que tem por foco o governo das nações. Leis naturais VS leis artificiais, a criação divina em oposição à criação humana. Não é surpreendente encontrarmos um abismo intelectual entre um Charles Darwin e um Montesquieu – e também não é meu propósito tentar preencher aquilo que não pode ser preenchido. Contudo, a cada dia que passa, eu me sinto inclinado a pensar que a Biologia talvez possa exercer alguma influência nos problemas da Política. Quiçá por uma questão de paz de espírito eu acabo recorrendo a conjecturas e especulações, extrapolando e deformando ambas as ciências. Mas, é apenas assim, que consigo ruminar algumas questões do jogo político.

É esse o caso, por exemplo, do culto nostálgico aos regimes totalitários. Por trás de discursos inflamados e cheios de retórica, deve haver algum gene responsável pela predisposição dos indivíduos a essa espécie de idolatria pela dominação. Unicamente recorrendo a elementos da Biologia, cuja existência de um código genético determinaria certas características, é que posso compreender o anseio e o levante de grupos sociais em prol de governos autoritários. É um tanto desconcertante o alastramento desses movimentos por diversos países democráticos. Sobretudo, naqueles em que mãos de ferro já estiveram na sede do governo. Embora eu acredite firmemente na ideia de que a beleza da democracia está na pluralidade dos pontos de vista, no choque direto dos interesses divergentes e na busca de um denominador comum, o desejo pela supressão das liberdades democráticas causa certo incômodo (eis a ironia, que se avizinha de um paradoxo: a democracia é tão elástica e permissiva que aceita até mesmo a insurgência de movimentos que visam a negação da própria democracia!).

Nos dias de hoje, o Brasil é um exemplo perturbador dessa tendência que clama por um regime, no mínimo, antidemocrático. Doravante, faço uma contextualização e uma apresentação sumária da minha angústia. Em 1964, assim como em diversos outros países da América Latina, o Brasil sofreu um golpe de Estado. Na semiparanoia despertada pela Guerra Fria – e intensificada pelo alinhamento de Cuba com a União Soviética – os militares destituíram o presidente da república legitimamente eleito e, sob o pretexto de conter uma grave <<ameaça comunista>>, assumiram o poder. Disso seguiu-se um dos episódios mais sombrios de nossa história contemporânea: a Ditadura Militar (que durou até 1985). No período, observamos a criação de um Estado de exceção, com a suspensão do exercício da democracia plena, e uma severa diminuição, senão completa supressão, das liberdades individuais dos cidadãos. As forças militares, ao adentrarem na política, instituíram um regime de amplo policiamento: as torturas e os assassinatos foram transformados em instrumento de manutenção política; as prisões e os exílios, em expedientes de rotina. A censura da imprensa e o rigoroso controle dos mecanismos de publicidade serviram ao propósito de conservação e mascaramento da violência do regime militar – ainda hoje, diversos presos políticos, supostamente assassinados pelas mãos da ditadura, ainda não tiveram o paradeiro revelado (criamos, recentemente, a Comissão Nacional da Verdade, com o propósito de investigar as inúmeras violações dos direitos humanos cometidas durante o período, isto é, de revelar os pontos macabros do nosso passado político).

12343416_10205554630167235_1252079377_oEm resumo, a partir de 1964 nós sepultamos o Estado de direito e todas as instituições democráticas. A ressurreição, em 1985, não foi propriamente uma ressurreição. Antes, um novo nascimento: a política da democracia ainda engatinha. E, quando se levanta, titubeia em passos não muito firmes. Recentemente, em Junho de 2013, a exemplo da Primavera Árabe, no Oriente Médio e no Norte da África, e do Occupy Wall Street, em Nova Iorque, os brasileiros em protesto ocuparam as ruas de diversas cidades do Brasil. Essas manifestações, que foram despertadas por múltiplos problemas (como o aumento da tarifa do transporte público, em São Paulo, e a violência dos órgãos policiais para “conter” os protestos), diante de um descontentamento generalizado com a classe política nacional, convergiu em uma harmonia de vozes, transformando-se em um brado contra a “corrupção”. Essa pauta, apesar de muito abstrata – na medida em que não apresentava muitas exigências concretas para mudanças – serviu como um alerta para os governantes: <<a classe política não era intocável>>. Para o deleite da República e para a saúde das instituições democráticas, a crença enraizada de que éramos passivos e pacíficos diante dos problemas do Estado, foi contrariada.

Esses acontecimentos encorajaram a explosão de diversos protestos ao redor do país. Nos últimos dias, o maior foco da exteriorização da insatisfação tem sido o governo da presidenta Dilma Rousseff e o Partido dos Trabalhadores (PT). O governo petista enfrenta uma forte taxa de desaprovação. A última eleição, por exemplo, que consagrou o quarto mandato consecutivo do partido na presidência (com o ex-sindicalista Lula da Silva eleito em 2002 e reeleito em 2006, e a Dilma eleita em 2010 e reeleita em 2014), teve um pleito nada confortável ao partido, sendo a corrida presidencial mais parelha da história da república (em números percentuais, 51,64% dos votos para a atual presidenta, contra 48,36% para o adversário Aécio Neves, do PSDB – uma ala mais conservadora).

No entanto, avaliar as diversas críticas que o partido enfrenta no seio da sociedade civil (como a Economia em frangalhos; as alianças políticas, que permitem a governabilidade, ofuscando qualquer credibilidade; o apoio popular, cada vez mais emudecido) ultrapassa em muito minha proposta. Apenas convém notar, que o novo mandato da presidenta Dilma – que, aliás, foi torturada nos calabouços da ditadura militar – não será um dos mais tranquilos: nesse exato momento, um pedido de impeachment está sendo analisado e orquestrado.

12380826_10205554632007281_937515676_oMas, se essas manifestações públicas de descontentamento são o oxigênio dos regimes democráticos, em que consiste minha frustração e agonia? A resposta para isso é a síntese do meu rascunho de argumento e o motivo do transtorno dos paladinos da democracia. Uma das vozes que destoam do modelo governista, ocupando as ruas com gritos a plenos pulmões por reformas políticas – em um exercício legítimo democrático, é verdade – é justamente aquela que pede uma intervenção militar. Existe uma expressiva articulação de alguns grupos que clamam pela interferência das forças armadas no âmbito político para a realização de uma faxina. Intervenção que muito se assemelha àquela realizada em 1964, que buscava livrar o Brasil da praga comunista. Jovens, sequer nascidos durante o período de repressão, depositam em um regime autoritário a única esperança para aquilo que acreditam ser a salvação da pátria. Em uma idolatria cega à Revolução de 64 – que vai desde a declaração da insatisfação com a democracia até a veneração de famosos torturadores da ditadura – deixam transpirar a sede por um totalitarismo.

Essa ideologia, um tanto assustadora, encontra até mesmo representatividade política. O deputado federal Jair Bolsonaro (PP), por exemplo, ícone da extrema direita, manifesta um amplo apoio ao governo militar e aos atos bem sucedidos que impediram o Brasil de se aliar com a URSS. Ano passado, de maneira tragicômica, o deputado protagonizou uma comemoração bizarra aos 50 anos do golpe de 1964, com direito a fogos de artifício e faixa em alusão à Revolução. Comemoração solitária, é verdade. Mas a loucura e a incoerência sempre são inspiradoras.

Enfim, existe algo de nefasto por trás desse desejo de submissão e subordinação. Algumas hipóteses podem sempre ser levantadas: o desconhecimento, ou um conhecimento tortuoso, da História; o simples e puro mau-caratismo; a predisposição genética que arrasta os indivíduos para baixo das asas da ditadura. Porém, a universalidade da questão é entristecedora: não se trata de um desejo limitado à efervescência da política brasileira, mas um coro que se espalha pelas entranhas da política mundial.

No final das contas, sei que os fatores biológicos e genéticos não possuem toda essa influência nas coisas da política. Minha especulação é apenas para acalmar o espírito e não fraquejar na crença pela democracia. Resta torcer pelo predomínio do bom senso e da liberdade. Ou rezar, por uma transmutação genética.

 

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About Douglas Fedel Zorzo

CORRISPONDENTE DALL'ESTERO | Brasiliano, nato a Toledo (Paraná) nel 1989. Discendente di immigrati italiani, è laureato in Filosofia ed è dottorando in Etica e Filosofia Politica presso l’UNIOESTE – Universidade Estadual do Oeste do Paraná. Dichiaratamente repubblicano, è interessato ai problemi della democrazia odierna. Avido lettore degli scrittori del Rinascimento fiorentino, nel tempo libero si trasforma in un cinefilo e banjoista.

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