cvehxxdxyaae9_y

Il nostro velo inconsapevole

Pubblicato il Pubblicato in Agenda, Costume e Società, Recenti
Donne che pregano con il velo, in Chiesa.
Donne che pregano con il velo, in Chiesa

Il tema del velo islamico ha sempre animato accesi dibattiti sia in Oriente che in Occidente. Le discussioni che si sono sviluppate su quest’argomento coprono una grande varietà di aspetti: oppressione delle donne, estremismo religioso, difficoltà all’integrazione degli immigrati, terrorismo,  diritti umani, libertà di religione, diritti politici e civili, discriminazioni di genere, diritti delle minoranze, diritti culturaliMa l’idea di coprirsi il capo è davvero qualcosa di così distante dalla nostra cultura, dalla nostra religione?

La prima traccia dell’uso femminile del velo è attestata in un documento legale assiro del XIII secolo a.C.: l’uso del velo era permesso esclusivamente a donne nobili e proibito a prostitute e donne comuni. Anche documenti antichi greci e testimonianze scultoree mostrano come il velo fosse considerato un modo per proteggere le donne e rendere visibile il loro status sociale. Anche il Cristianesimo ne incoraggiava l’utilizzo: la chioma veniva universalmente considerata un attributo di bellezza femminile e, come tale, sia per modestia che per non distrarre gli uomini dal raccoglimento religioso, doveva essere coperta durante la preghiera. L’obbligo del velo è durato nelle Chiese Cattoliche per lungo tempo, solo negli ultimi anni è stato abbandonato, anche se questa tradizione è continuata nel caso di occasioni solenni – come cresima, comunione o matrimonio – durante il quale il velo ha ormai perso completamente il suo scopo originale di coprire la chioma ed è divenuto trasparente, elemento di ornamento e non certo di modestia.

Collezione di Dolce e Gabbana
Collezione di Dolce & Gabbana

La donna più venerata della nostra stessa religione porta il velo. Ancora adesso, in moltissimi paesi d’Italia, le donne più anziane si coprono il capo. L’origine del velo è comune alle due culture. Oggi, però, questo indumento è diventato segno distintivo di identificazione esclusivo di molte donne musulmane. Donne che, a volte, sono costrette a giustificarsi per la loro scelta di indossarlo (o meno). Addirittura costrette a rivendicarne il diritto, nonostante dovrebbe essere universalmente riconosciuta la libertà di religione e di espressione della propria identità culturale. Il tempo e gli avvenimenti hanno trasformato un oggetto innocuo caricandolo di significati politici: basti pensare alle costanti polemiche in Francia o al divieto di indossare il velo in Turchia (che era valido fino al 2013).

Il velo viene erroneamente visto come simbolo di una dominazione maschile che implica un modo per sottomettere la donna. È generalmente considerato il risultato di una situazione di poca libertà e autodeterminazione derivanti dall’Islam, partendo dal presupposto che questa religione significhi oppressione femminile. La maggior parte delle femministe occidentali non capisce come mai «queste donne non vogliono essere liberate dalla costrizione del velo». In realtà ci si dimentica spesso che l’ḥijāb, oltre ad essere un simbolo di modestia e di fede, per molte giovani è anche un accessorio. Il modest fashion, una moda semplice che rispetta i valori cui si ispirano i musulmani, nel 2014 ha generato un giro d’affari di circa 300 miliardi di dollari e che entro il 2019 dovrebbe attestarsi attorno a quota 484 miliardi.

In questo contesto è ironico ricordare il modo in cui si vestiva l’icona del femminismo francese: Simone de Beauvoir portava vestiti lunghi e coprenti, e spesso indossava un foulard in testa. Lo stesso discorso vale per la discreta eleganza di Grace KellyAudrey Hepburn. A qualcuno sarebbe mai venuto in mente di chiedere loro di togliere il foulard, di indossare gonne più corte, di vestirsi diversamente? Perché considerare oppressivo a ogni costo un pezzo di stoffa che è stato usato dalle donne di tutto il mondo per esaltare la loro bellezza e femminilità?

D’altra parte anche in Occidente non mancano delle regole sull’abbigliamento femminile: non ci si veste ugualmente sulle spiagge, in vacanza, a scuola, in Chiesa, nelle cerimonie solenni: non si porta il bikini ovunque. Nel libro L’harem e l’Occidente, la grande sociologa e femminista marocchina Fatima Mernissi ha ironizzato sulla tirannia della taglia 42 in Occidente. Mernissi racconta dell’harem in cui è rinchiusa la donna occidentale, quello in cui è costretta ad adeguarsi al canone estetico della magrezza per piacere agli uomini.

Se da un lato, dunque, la donna musulmana sembra spesso essere imprigionata in un velo fisico, simbolo della segregazione sessuale e dell’interdizione dalla sfera pubblica, la donna occidentale nondimeno appare costretta in un harem, quello della giovinezza e della bellezza. Di qui l’imposizione di un altro tipo di velo.

Un velo post-moderno che include il trucco, la moda e la chirurgia plastica.

 

pexels-photo-234059

 


 

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

n.3 -> clicca qui

About Ilaria Porru

REDATTRICE | Classe 1993, sarda. È laureata in Lingue e Comunicazioni presso l'Università degli Studi di Cagliari. Viaggiatrice per natura, durante il suo corso di studi ha incontrato la Turchia, Paese che le ruba il cuore e da cui non riesce più a separarsi. Vive attualmente ad Istanbul.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *