blair-witch-2016-trailers-posters

“Blair Witch”: la recensione

Pubblicato il Pubblicato in Musica e Arti Visive, Recenti, Settima Arte
outcast-adam-wingard
Adam Wingard (1982) ha esordito alla regia nel 2007 con l’horror “Home Sick”

Piccola premessa: per giudicare un’opera artistica non rileva unicamente il valore intrinseco della stessa, ma anche il tempo (inteso come periodo, come epoca) nel quale viene presentata al pubblico. Non è un caso se un romanzo come Il Piacere di Gabriele D’Annunzio, pubblicato nel 1889, si è dimostrato un successo editoriale clamoroso, mentre se comparisse oggi sugli scaffali delle nostre librerie probabilmente riceverebbe, come minimo, sputi. E non c’è motivo per dubitare che Nevermind dei Nirvana, datato 1991, non sarebbe neppure diventato disco d’oro, se avesse invaso i negozi nel 2011.

Non si tratta di spezzare una lancia a favore della “dittatura del consumatore”, ma di ribadire un concetto piuttosto elementare: marciare con gli scarponi sul già visto/sentito non è mai vantaggioso.

Chiarito ciò, addentriamoci nel meraviglioso mondo dei remake. Blair Witch di Adam Wingard, remake (o pseudo-tale) di The Blair Witch Project, arriva nelle sale quasi in contemporanea con I Magnifici 7 di Antoine Fuqua, pessimo remake del capolavoro di Sturges, a sua volta remake de I Sette Samurai di Akira Kurosawa. Confusi? Aspettate, in arrivo c’è pure il nuovo remake di Ben Hur.

Per ragioni di segretezza, il film è stato girato con il nome fittizio "The Woods".
Per ragioni di segretezza, il film è stato girato con il nome fittizio “The Woods”

Se ve lo state chiedendo, sì: c’è qualcosa che non va. E non ci stiamo riferendo alla politica (non disprezzabile) del remake in sé e per sé, quanto alla scelta delle opere cinematografiche da “rifare”. Visto che siamo nel territorio dell’horror, prendiamo un altro esempio (l’ultimo, giuriamo) per precisare il concetto. La Casa di Fede Alvarez (2013), remake del classico di Sam Raimi del 1981, andava chiaramente a toccare un tasto pericoloso. Il film originale siede al tavolo d’onore fra le pietre miliari del genere, pertanto il rischio di combinare un disastro o, peggio, di calpestare il già visto, era enorme. E invece il ragazzo uruguagio ne è uscito con le ossa intatte, confezionando un film dallo spirito obbediente al predecessore, ma godibilissimo anche per chi ha meno di vent’anni ed è cresciuto a pane e Rob Zombie. Gli è bastato premere sull’acceleratore, aggiungere quei pochi elementi che potessero cambiare il vestito al modello (un finale da urlo, ad esempio) e il piatto è servito: divertente, onesto, senza inventare niente. In conclusione, l’incapacità di creare “roba nuova” non sempre è da censurare.

Ora, il nuovo Blair Witch. Da dove cominciare?

Dell’originale, a funzionare a meraviglia era la cornice, non certo il dipinto. Non vogliamo certo perderci nel descrivere, per l’ennesima volta, il (meraviglioso) processo distributivo che interessò la pellicola. Basti sapere che gli eventi descritti e presentati ai poveri spettatori del 1999 (ancora non abituati alla completezza odierna del “www” e privi del miracolo dei social network) erano, ai loro occhi, veri. Ok, ma il film? Riprese amatoriali, ottimo uso delle luci e dei movimenti di camera, recitazione piuttosto essenziale. Tutto qui. Sì, i tre ragazzi perduti nella foresta; sì, la strega cattiva; ma ciò che importa è che quello che viene proiettato sia creduto, anche solo temporaneamente, reale. Per questo l’opera di Myrick e Sanchez divenne in breve tempo virale, anche a dispetto della scarsa potenza dei media.

blair-witch-scene
Il budget della pellicola si attesta intorno ai 5 milioni di dollari (“The Blair Witch Project” era costato solo 60 mila dollari)

Come dicevamo, la tempistica è essenziale. Da allora la tecnica del found footage, che in verità aveva già espresso una propria completezza con Deodato nei primi Anni ’80, si è arricchita di esponenti come Rec, Cloverfield e la saga di Paranormal Activity.

Adam Wingard (classe 1982: un ragazzino, nonostante abbia già trionfato al Boston Underground e al Fantastic Fest di Austin) ha deciso comunque di cimentarsi in questo rifacimento, ignorando la fisiologica consunzione di un genere così ristretto. In Blair Witch, citando il fattore più elementare, manca il “project”: tutti sanno che la storia non è reale, quelli sullo schermo sono veri attori, così come la sorella scomparsa del protagonista era un’attrice nel primo film. E vada a farsi benedire la sospensione dell’incredulità, subito.

Come cavarsela allora, dopo i primi, inutili, venti minuti di spiegazioni per niente credibili (l’idea della spedizione parte da… un video su Youtube)? Come si può rendere accettabile una storia spacciata per un sequel, ma che alla fine non si comporta come tale, perché si limita a propinare la solita sbobba invecchiata di diciassette anni? Quali assi nella manica sfodera, insomma, il nostro caro Adam, una volta che il gruppo di collegiali finisce nella boscaglia più fitta?

Quelli più semplici, purtroppo, figli di decenni di cronistoria del cinema dell’orrore. Ci sono le leggende accennate dai racconti dei protagonisti (come nell’originale, dopotutto), ci sono i rumori in sottofondo che fanno voltare all’improvviso (la foresta scricchiola, mamma mia), ci sono le bamboline voodoo fatte di legno e capelli (che alla fine non ci stupiscono più di tanto: se sei una strega patentata, il minimo è che tu sappia intrecciare rametti). E poi, perché no, giochiamo un po’ con il body horror: un piede (no, non è Quentin Tarantino) infettato terribilmente da entità sconosciute (no, non è David Cronenberg).

Il problema è che di tutti gli omaggi infilati a forza nella pellicola, non ne funziona neppure uno. Ed è un peccato, visto che Blair Witch non è “girato male” sotto alcun punto di vista. Wingard sa benissimo cosa sia una regia oculata, e lo dimostra soprattutto nell’ultimo quarto d’ora all’interno della baracca. E’ una rincorsa disperata, quella dei protagonisti, cacciati come prede da qualcosa che stavolta non è affatto nascosto all’occhio dello spettatore. È soprattutto una sequenza di ansia finalmente efficace, all’interno di una climax infinita che aveva, fino a quel momento, annoiato. Aggiungiamoci pure un viaggio claustrofobico all’interno di un tunnel strettissimo che, a dispetto della situazione, è una boccata d’aria fresca. Dimenticando per un secondo che Neil Marshall abbia proposto qualcosa di simile, con una messa in scena mille volte più inquietante, con The Descent (più di dieci anni fa).

Ma non era meglio starsene a casa?

 

 


 

Immagine in evidenza: clicca qui

Fonti Immagini:

n.1 -> clicca qui

n.2 -> clicca qui

n.3 -> clicca qui

About Mattia Carapelli

REDATTORE | Nato a Siena il 15 Giugno del 1991, studia presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *