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Berta Cáceres: a costo della vita

Pubblicato il Pubblicato in Gaia, Recenti, Scienza e Salute
L'attivista ed ambientalista honduregna Berta Cáceres in compagnia della madre Berta Flores
L’attivista ed ambientalista honduregna Berta Cáceres (1972-2016) in compagnia della madre Berta Flores

Quando si parla di ambiente e delle questioni ad esso collegate – che vadano dall’onnicomprensivo cambiamento climatico a tutte le cause che lo generano, agli effetti che provoca e agli ostacoli che incontra perché possa esser almeno limitato significativamente – la gente si annoia facilmente. L’ambiente, e la sua difesa soprattutto, rimane argomento di nicchia, se ne discute fra gli accademici, fra gli attivisti e molto poco seriamente in politica. Quando un popolo è chiamato a votare per esprimere un o un No, si scatena una polemica inutile e sterile, fazioni di benpensanti si scagliano contro disinformati di tastiera, e ancora una volta a perdere è l’ambiente… e chi lotta per esso.

Se volessi elencare e/o discutere delle ragioni per cui l’ambiente mi sta a cuore, mi scontrerei con altrettanti motivi per cui il mio teorico sentimentale interesse viene quotidianamente contraddetto dalle mie azioni. Se io, però, qui volessi narrare di chi non si è contraddetto e ci ha rimesso la vita, parlerei – e non avrei alcun dubbio – di Berta Cáceres. Per capire chi era Berta e le ragioni nascoste dietro al suo omicidio, bisogna partire da alcuni dati. L’Honduras, in America Centrale, è ad oggi il luogo più pericoloso al mondo per gli ambientalisti: secondo un rapporto del watchdog Global Witness, dal 2010 sono stati uccisi più di centoventi attivisti (ma fra questi, anche giornalisti e giudici).

L’attivismo è nel DNA di Berta: la madre, Berta Flores, a lungo fu in prima linea per la protezione dei rifugiati provenienti da El Salvador. Nel 1993, appena ventenne, Berta co-fonda il COPINH (Council of Popular and Indigenous Organizations of Honduras), movimento in difesa dei luoghi e delle popolazioni indigene. Instancabile lavoratrice, pacata e determinata, Berta è in prima linea a fianco della sua gente; all’inizio del 2006, il sospettoso arrivo di costruttori ed operai è indice di conferma: è in programma la costruzione di un sistema idroelettrico che comprende quattro dighe ed interessa il Río Gualcarque, luogo sacro per i Lenca. Nonostante la mancata approvazione della popolazione locale – fatto che costituisce infrazione di Diritto Internazionale – tre grossi nomi sono coinvolti nel progetto: la nazionale DESA (Desarrollos Energéticos S.A.), la cinese Sinohydro e l’IFC (trad: Società Finanziaria Internazionale) (un’agenzia della Banca Internazionale per la ricostruzione e lo sviluppo). L’azione di protesta è tale da presentare il caso all’Inter-American Commission on Human Rights e, proprio quando acquista risonanza fuori dai confini nazionali, la situazione si aggrava: non bastano polizia, apparati di sicurezza, una multinazionale ad impedire ai Lenca di difendere la propria terra. Nel Luglio del 2013, Tomás García Domínguez – uno dei leader del COPINH – viene ucciso da un membro dell’esercito honduregno. Da quel momento, nonostante le minacce aumentino per Berta e il COPINH, il movimento alza la voce riuscendo ad ottenere risultati però insufficienti a bloccare l’avanzamento dei lavori: il progetto andrà avanti nonostante Sinohydro e l’IFC abbiano receduto dal contratto a seguito delle inarrestabili, ma pacifiche, proteste di quel periodo.

Nel 2014, Berta confessa ad un reporter di Al Jazeera di esser a conoscenza di «una hitlist di attivisti in mano all’esercito honduregno e di cui ella costituisce obiettivo primario». Il Governo nazionale, tuttavia, non prende in considerazione nessuna delle numerose denunce di Berta, le nega la protezione ripetutamente richiesta ed ignora ogni avviso dell’Inter-American Commission on Human Rights che, già dal 2009, chiedeva misure di protezione per Berta e gli altri leader del COPINH. «L’esercito possiede una lista di diciotto difensori dei diritti umani da uccidere ed il mio è il primo nome. Io voglio vivere perché ci sono ancora tante cose che desidero fare, ma non ho mai pensato di smettere di combattere per il mio territorio e per una vita dignitosa anche perché la nostra battaglia è legittima. Io faccio attenzione alla mia sicurezza personale ma nel mio Paese, dove l’impunità è totale, sono vulnerabile. Mi vogliono morta, e alla fine ci riusciranno». Fonte: Wikipedia

Come la storia criminale del nostro Paese ben ci insegna, prima di spararti ti coprono di fango. E la macchina del fango si aziona anche contro Berta ed altri attivisti: documenti resi noti solo dopo la sua morte dimostrano una stretta, continua collaborazione fra il Governo honduregno e DESA con lo scopo di dipingere gli oppositori all’enorme progetto idroelettrico come degli anarchici tesi a minare l’ordine politico del Paese e sovvertire l’equilibrio economico-sociale.

L'ambientalista messicano Gustavo Castro Soto con l'attivista ed ambientalista honduregna Berta Cáceres (1972-2016) la notte dell'omicidio
L’ambientalista messicano Gustavo Castro Soto con l’attivista ed ambientalista honduregna Berta Cáceres, la notte dell’omicidio

Una lunga, complessa battaglia che permette a Berta la vittoria, nel 2015, del più prestigioso fra i premi per gli ambientalisti: il Goldman Environmental Prize. Ma il conto per chi non tace di fronte ad una terra sempre più devastata si paga a caro prezzo: la notte fra il 2 e il 3 Marzo 2016, un uomo armato si introduce in casa di Berta colpendola a morte e ferendo ad un orecchio Gustavo Castro Soto, ambientalista messicano molto vicino alla sua causa.

Se è semplice assoldare qualcuno per commettere un omicidio, bisogna ricordare – come la figlia maggiore di Berta dichiara subito dopo aver appreso della morte della madre – che dietro vi sono interi apparati di potere economico e politico. Il giornale britannico The Guardian ha seguito con passione la storia di Berta, pubblicando a Marzo un lungo articolo in cui – lasciando da parte l’assurdo tentativo delle autorità honduregne di additare membri di COPINH come responsabili – sottolinea nel dettaglio ogni collegamento fra le persone arrestate, i servizi militari nazionali e DESA.

Nonostante non sia stata ancora condotta un’indagine forense indipendente, i punti oscuri dietro la morte di Berta e degli altri attivisti, leader o semplici indigeni impegnati a proteggere il territorio dell’Honduras rimangono difficili da risolvere e tutto quel che rimane è l’immagine di una popolazione che non ha più la sua guida, di un luogo sacro che non ha più chi a gran voce lo protegge.

Quando si parla di ambiente e delle questioni ad esso collegate, la gente si annoia facilmente. Sono argomenti pesanti, ci si fa una pippa così, non si può mica salvare il mondo intero da qui, ognuno fa quel che può: c’è chi chiude il rubinetto dell’acqua, chi ricicla il vetro, chi compra e mangia biologico, chi ha venduto la macchina, va solo in bicicletta o coi mezzi pubblici e fa la lavatrice solo se piena. E poi c’è chi dimentica che le questioni ambientali sono interconnesse ai diritti umani. Se per semplicità di pensiero: la natura senza l’uomo può esistere, l’uomo senza la natura no; per altrettanto ragionamento logico: chi si oppone ad interessi economici e governativi in nome della protezione ambientale, paga con la vita. Dimenticare che uomo e ambiente devono andare di pari passo in ogni valutazione politica – pena una fine disastrosa – significa dimenticare la vita stessa.

Oggi, sempre più conflitti (soprattutto nel Medio Oriente e nell’America Latina, nonché in alcune regioni dell’Africa) vedono fra le loro cause primarie fame, scarsità di risorse, distruzione del suolo terrestre, espropriazioni forzate per la coltivazione di campi con cui nutrire centinaia di milioni di animali ogni anno che serviranno a soddisfare i nostri peccati di gola, abbattimenti di intere foreste per fare spazio agli allevamenti intensivi, rovina del suolo marino per tecniche di pesca illegali e no e per le più svariate tecniche di estrazione di fonti fossili. Se l’affermazione pare esagerata e forzata, basta controllare i dati con cui si chiede una definizione internazionale di profugo ambientale (noi ne abbiamo parlato qui).

E allora ognuno di noi cosa potrebbe concretamente fare a difesa del proprio territorio? Prenderci cura dell’ambiente, e magari farlo davvero, senza ipocrisie, senza contraddizioni. Forse, così facendo, tornando lentamente ad una individuale presa di coscienza non sarebbe necessario che qualcun altro, dall’altra parte del mondo, sacrifichi la propria vita in nome di quel che noi chiamiamo progresso ma che altro non è che distruzione del pianeta.

L’unico disponibile, peraltro.

 

 


 

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About Barbara L. L. Maimone

COLLABORATRICE | Classe 1990, siciliana. È laureata in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Catania, con una tesi dal titolo: "Diritto e ambiente. Un'influenza reciproca?". Trasferitasi a Londra, è testarda, chiacchierona e amante dei carboidrati. Co-gestisce un blog contro gli stereotipi di genere. I diritti umani, le tematiche ambientali e la geopolitica sono fra i suoi maggiori interessi. Da cittadina del mondo, porta un po' d'Italia ovunque vada.

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