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Bentornati a Sin City… o no?

Pubblicato il Pubblicato in Musica e Arti Visive, Recenti, Settima Arte
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Frank Miller (1957)

Le graphic novel hanno stancato. La sentenza potrà sembrarvi affrettata, e magari lo è. Riformuliamo allora: sono i film tratti dalle graphic novel ad aver stancato. Nato dalla riscoperta, all’inizio dello scorso decennio, dei capolavori americani degli anni ’80, questo sottogenere dei cinefumetti ha dimostrato presto tutto il proprio logorio. Adagiatosi su false sicurezze e presunti canoni, il modo di fare cinema sperimentato da Robert Rodriguez è oggi più debole che mai. Ma andiamo con ordine.

Graphic novel (o romanzo grafico, per quelli che non seguono la moda) è un termine che indica l’unione tra la forma del fumetto e la struttura narrativa del romanzo. Il genere non è sconosciuto agli abitanti del Bel Paese. Dieci anni prima che Will Eisner pubblicasse lo storico Contratto con Dio, da noi un certo Hugo Pratt aveva ideato la prima avventura di Corto Maltese, una delle più grandi icone del fumetto italiano all’estero. A cavallo tra anni ’70 e ’80 uno dei contributi più significativi fu quello di Andrea Pazienza, che da Le straordinarie avventure di Pentothal a Pertini, da Pompeo a Zanardi, ha regalato pagine leggendarie. Negli Stati Uniti, in quel periodo, l’eccentrico Alan Moore usciva con V per Vendetta (secondo l’opinione di chi scrive, il suo romanzo migliore). Negli stessi anni Frank Miller scriveva Ronin.

Fermiamoci un attimo a lui. Perché questo losco individuo del Maryland è così importante?
Prima di tutto, si tratta di uno dei disegnatori più influenti del panorama mondiale. E questo titolo onorifico poteva vantarlo anche prima del 2005 (pensiamo che Il ritorno del Cavaliere Oscuro è del 1986). Ma proprio nel 2005 esce Sin City, il film tratto dalla sua saga a fumetti. Anzi, non solo tratto, ma plasmato ad immagine e somiglianza dell’opera grafica. Per chi non conoscesse la serie di Sin City, basti sapere che si compone di sette volumi, ognuno con la propria storia principale e, talvolta, qualche breve appendice. Si parla di una città malfamata, dominata dal crimine e da personaggi poco raccomandabili. Mafiosi, tossici, prostitute, poliziotti corrotti, antieroi con la A maiuscola. Lo stile di Miller, tutto chiaroscuri e linee spezzate, dona concretezza alla violenza che si respira nelle strisce. E di violenza, in Sin City, ce n’è veramente a galloni. Il film, come detto, riprende alla lettera le caratteristiche della graphic novel, in uno dei primi casi di pellicola girata interamente in digitale e shot-for-shot (cioè utilizzando le tavole del fumetto come storyboard). Il risultato è impressionante, soprattutto per quelli che hanno avuto la fortuna di goderselo in sala. Sembra davvero di sfogliare i volumi di fronte allo schermo, tanto l’adattamento è fedele. E’ Cinema puro, dalla prima all’ultima sequenza. Ed è una tecnica che ha fatto scuola in un lasso di tempo brevissimo: 300, trasposizione di un’altra opera di Miller, è del 2007.

I problemi derivano da quest’ultimo aspetto. Ciò che funzionava, in Sin City, era soprattutto la veste grafica. Le storie sono puri racconti di vendetta. Pallottole e sangue, i due capisaldi. La semplicità, la rozzezza della trama, consente allo spettatore di concentrarsi sulla forma. Allo stesso modo, 300 rimane un blockbuster godibilissimo proprio grazie al totale disinteresse nei confronti di un qualsiasi intreccio. Tutta la struttura è asservita alla riproduzione dei “dipinti” di Miller: dall’uso smodato del bullet time (dopotutto il regista è Zack Snyder) alla scelta dei colori, tra cui domina l’oro e il rosso. Al resto viene lasciato ben poco spazio: dalle psicologie dei personaggi alla successione degli eventi, tutto è molto fedele ai luoghi comuni della graphic novel cinematografica. Ma di questi parleremo in seguito.

E’ facile comprendere il motivo per cui i film tratti dalle opere di Alan Moore non siano invece così degni di nota. Moore, a differenza di Miller, è un narratore certosino. Spesso lascia ad altri il compito di illustrare le sue idee, come un vecchio cantore che ama restare nascosto dietro le quinte. Tutte le pellicole ispirate ai suoi lavori hanno fallito in qualche misura. Inutile parlare dell’orribile La leggenda degli uomini straordinari, ma anche gli apprezzabili Watchmen e V per Vendetta non sono riusciti nell’impresa di una trasposizione convincente. Il primo, seguendo pedissequamente il romanzo grafico di riferimento, si è arenato nell’enorme complessità della trama (troppi personaggi, troppa simbologia, troppi avvenimenti da sintetizzare in tre ore). Il secondo, tentando di trasformare il capolavoro di fantapolitica in un film in qualche modo poetico (dove il governo è senza dubbio cattivo e il ribelle è un moderno Edmond Dantes), ha stravolto del tutto il significato anarchico originale. Non a caso lo stesso Alan Moore si è sempre dichiarato estraneo a queste produzioni.

Marvel-logoPer analizzare il fenomeno ci siamo limitati a citare i due autori più noti. Dobbiamo tuttavia considerare che il movimento dei cinecomics ha subito negli ultimi anni un ampliamento progressivo. Pensiamo alla resurrezione del franchising di Batman, o all’ambizioso progetto della Marvel Entertainment culminato con The Avengers. E’ questo successo globale del genere intero a spiegare il finanziamento di pellicole sinceramente poco difendibili. Oltre a quelle prima citate, merita una menzione The Spirit, tratto dalle strisce di Will Eisner e diretto da… Frank Miller. Proprio lui, improvvisatosi regista in preda a deliri di onnipotenza. Il nostro augurio è che non riprovi mai più a fare qualcosa del genere.

Arriviamo così al punto centrale. In questi giorni è uscito nelle sale, dopo una difficile gestazione, Sin City – Una donna per cui uccidere. Sono passati quasi dieci anni dal primo film e, duole dirlo, il tempo pesa come un macigno su questo sequel. Vengono ripresi tutti gli stilemi della pellicola del 2005, tutto quello che aveva fatto di Sin City un film unico nel suo genere. Peccato che, esaurita l’aura di novità, ciò che resta è piatto come un foglio di carta. La storia principale è tratta da uno dei migliori volumi della saga (sempre lo stesso racconto di vendetta di cui si diceva, ma con un personaggio femminile, Ava Lord, che è una bomba). In aggiunta, Robert Rodriguez e Frank Miller hanno inserito due capitoli originali, scritti per l’occasione.
La sensazione, durante tutta la visione, è soltanto una: inutilità. Se dimentichiamo la magia del green screen, se attutiamo lo stupore di vedere un fumetto replicato al cinema, se consideriamo che Clive Owen era mille volte più convincente di Josh Brolin nel ruolo di protagonista e che Jessica Alba è sempre la splendida Jessica Alba. Se sterilizziamo la freschezza del primo film, cosa rimane? I canoni, appunto.

La voce fuori campo del personaggio-narratore, che sembra debba informarci di tutto quello che accade durante la scena, compreso ogni singolo ragionamento ed elucubrazione. Il solito ralenty, tanto tamarro quanto scontato. I pochi sprazzi di colore in un mondo in bianco e nero, altra novità del Sin City originale che stavolta non fa certo gridare al miracolo. I cliché degli uomini duri per forza, che non muoiono mai. I cattivi deformi, quasi un topos nelle opere di Miller. Ogni particolare è rimasto lo stesso. La debole sintesi di un modo di fare cinema, dilagante nell’ultimo decennio, che adesso ha definitivamente stancato.

Tanto vale camminare fino all’edicola di fiducia e ordinare gli albi. Quelli sì, meritano il vostro tempo.

 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Classe 1991, toscano. Si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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