BERLIN, GERMANY - APRIL 11:  Myanmar human rights activist and politician Aung San Suu Kyi arrives at Willy Brandt Haus, headquarters of the German Social Democrats (SPD), to receive the SPD's Willy Brandt award on April 11, 2014 in Berlin, Germany. Aung San Suu Kyi is visiting Berlin for the first time before she continues next week to France.  (Photo by Sean Gallup/Getty Images)

Una benedizione per Aung San Suu Kyi

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Mandalay - Myanmar
Mandalay – Myanmar

Ho conosciuto Padre Alberto qualche anno fa, in occasione di un viaggio in Myanmar (ex Birmania). Mi aveva chiesto qualche donazione e qualche medicina per l’ambulatorio che gestisce vicino alla città di Mandalay, la seconda città del Paese dopo Yangon. Da allora siamo rimasti in contatto e ogni tanto mi occupo di raccogliere dei fondi e dei medicinali da inviargli. Ricordo di aver chiacchierato a lungo con lui, in occasione del nostro primo incontro. Era la vigilia di un cambiamento epocale per il Paese delle pagode d’oro: una Nazione e un popolo che mi hanno affascinato e mi sono rimasti nel cuore.

Nel 2015 il partito National League for Democracy (NLD, trad: Lega Nazionale per la Democrazia) della Premio Nobel Aung San Suu Kyi, la Signora come la chiamano qui, avrebbe di lì a poco stravinto le elezioni legislative, raggiungendo la percentuale spettacolare dell’86%, dopo sessantatré anni di dittatura militare. Nonostante questo, però, il vecchio regime mantiene ope legis il 25% dei seggi ed un numero significativo di Ministeri. La Signora, inoltre, in virtù di un codicillo inserito appositamente nella Costituzione, non può diventare Primo Ministro, poiché sono esclusi da questa carica coloro i quali abbiano avuto figli nati al di fuori del Myanmar-Birmania, e guarda caso i figli della Signora sono nati nel Regno Unito. L’attuale Presidente, Htin Kyaw, è il primo a non essere un militare. La Premio Nobel occupa invece l’incarico di Consigliere di Stato.

Sono rimasto in contatto via e-mail con il sacerdote e gli ho fatto un po’ di domande, legate alla situazione della sua Nazione in questo delicatissimo momento. Padre Alberto ha studiato Teologia a Roma per alcuni anni. Tornato nel Paese, oltre all’attività pastorale e di studio, ha intrapreso una fervente opera di beneficenza, sostenendo un piccolo ospedale e aiutando i giovani intenzionati a studiare, che però avevano alle spalle famiglie troppo povere per mantenerli agli studi. Queste attività hanno comunque dovuto fare i conti con gli ostacoli posti dal regime militare che ha confiscato beni appartenenti alla Chiesa, come seminari e cimiteri, e ha limitato la libertà religiosa.

Durate gli anni del regime militare padre Alberto si è occupato anche di assistere quanti venivano spostati dal regime verso le coltivazioni di riso, dove sono stati costretti a stabilirsi anche anziani e ammalati. Dopo le elezioni del 2015 il regime ha solo apparentemente allentato la presa, ma il controllo dell’esercito e della polizia locale è rimasto nelle mani degli stessi uomini, tanto che Padre Alberto ci ha pensato diverse volte prima di rilasciare quest’intervista.

In questi giorni il sacerdote cattolico è indaffaratissimo perché è impegnato per i preparativi della prima visita pastorale del papa in Myanmar. I cattolici in Myanmar sono circa seicentomila su cinquantacinque milioni di abitanti. Ci sono sedici diocesi, ottocento sacerdoti e circa duemila suore. La Diocesi di Mandalay è situata nel cuore del Buddismo, dove i cattolici sono solo ventitremila su quindici milioni di abitanti. I sacerdoti sono cinquantadue.

A livello nazionale i cattolici sono solo circa 1,2% (i cristiani forse circa il 4%) e da sempre c’è convivenza pacifica e mutuo rispetto tra le varie religioni del Myanmar, prevalentemente buddhista, ma anche con una significativa minoranza musulmana. Durante la dittatura militare la sopravvivenza per tutte le diverse fedi è stata dura: scuole, ospedali e lebrosari sono stati confiscati nel 1964 e non si ridiscute neanche oggi di un’eventuale restituzione. Solo da pochissimo sono state riallacciate le relazioni diplomatiche con il Vaticano, e in seguito a questo evento è stata resa possibile la prima visita pastorale di un Pontefice nel Paese.

I problemi con cui si confronta Padre Alberto nella sua parrocchia sono soprattutto legati alla situazione disastrosa della sanità, particolarmente trascurata dai militari: pochi ospedali, con poco personale medico e infermieristico. Nei pochi ospedali, affollatissimi, ogni paziente deve portare, ad esempio, lenzuola, cuscini, coperte e zanzariera. I familiari dei pazienti devono trovare le medicine al mercato, dove però sono in vendita prodotti cinesi di scarsa efficacia. Il nuovo Governo della Signora ha innalzato la spesa per la sanità con le tasse, ma le spese militari rimangono ingenti. Per dare un’idea, esistono solo quattro grandi ospedali per cinquantacinque milioni di abitanti e solo quattro unità attrezzate per le radiografie. I malati di tumore non hanno possibilità di cura. Ci sono poi sedici piccoli ospedali con meno di venti posti letto ciascuno, che non sono in grado di coprire le esigenze della popolazione e assolutamente non attrezzati per il diabete, l’HIV, l’epatite, la malaria (che sono emergenze) e l’epilessia, per la quale mancano del tutto i farmaci, per altro costosissimi.

 

 

Ultimamente il Myanmar è balzato alle cronache per la questione del Rohingya. Si tratta di un’etnia di religione musulmana che si è attestata tra i confini col Bangladesh e la Regione dell’Arkhan (Rakhine) in Myanmar, pare che già dal XII secolo l’etnia fosse presente, ma non è mai stata inclusa tra le etnie della Birmania: anche i britannici, durante la loro amministrazione coloniale, li consideravano migranti interni. Questo mancato riconoscimento costituisce la maledizione che ancora oggi affligge i Rohingya. Dopo l’indipendenza essi avevano ottenuto un maggior riconoscimento di diritti, tanto che alcuni di loro erano stati anche eletti in Parlamento. Ma in seguito al colpo di stato militare (1962), invece, vennero considerati apolidi e da allora la situazione è peggiorata.

Il problema dei Rohingya è una delle pesanti eredità che il regime militare ha lasciato irrisolto e col quale tiene sotto scacco il nuovo Governo della Signora. L’esercito, infatti, è ancora decisamente in mano al vecchio regime, così come la polizia, per cui le violenze e la persecuzione nei confronti dei Rohingya vengono attribuiti al nuovo Governo che di fatto però non ha mai preso il controllo dell’esercito. Anzi, pare che i militari abbiano dato credito a voci su una milizia dei Rohingya (gli ARSA) che serve in realtà ad aizzare il nazionalismo buddhista, in modo che i militari possano poi presentarsi come gli unici in grado di garantire l’ordine.

Si accusa da più parti Aung San Suu Kyi di insensibilità di fronte alla persecuzione dei Rohingya e di non reagire allo sterminio causato dalla fame e dai maltrattamenti. Il mondo occidentale che con Václav Havel e Nelson Mandela ha applaudito la Signora e l’ha trasformata in apostolo dei valori civili e umanitari, critica ora deluso il suo silenzio. Padre Alberto osserva, però, che nessuno ha mai sollecitato i riconoscimenti conferiti alla Signora e che ora tutta l’indignazione occidentale solo a mettere in discussione la lenta e difficilissima transizione dal regime militare alla democrazia.

I generali, loro sì autori di diversi genocidi durante il lungo Governo, starebbero quindi riuscendo nel loro scopo: mettere in cattiva luce la Premio Nobel e oscurare la sua fama internazionale. Il Governo della Signora, tuttavia, gli è servito per far revocare le pesanti sanzioni decretate dagli USA e dall’UE. In tutto questo c’è la longa manus della Cina, che ha finora sostenuto il regime militare e che ha interesse a mantenere il controllo del Paese, il cui eventuale sviluppo democratico avrebbe un effetto destabilizzante sugli equilibri della regione. In questo scenario si inserisce pure l’imminente visita del Pontefice.

Il processo democratico, inoltre, sta portando alla luce decenni di corruzione della casta militare che ha sfruttato le ricchezze del Paese a suo vantaggio, piombando il resto della popolazione nella miseria. Quotidianamente vengono fuori scandali, malversazioni, fondi segreti, favori fatti agli amici degli amici e confische effettuate a vantaggio degli stessi militari e dei loro soci in affari. I generali, dunque, avrebbero tutto da perdere se il processo democratico andasse avanti.

Nonostante le difficoltà il nuovo Governo, costituito anche da persone che sono state incarcerate dal regime, ha cercato di introdurre delle riforme democratiche. Ora infatti è possibile muoversi liberamente nel Paese: prima del 2012 bisognava informare le autorità anche solo per pernottare a casa di amici. È possibile cambiare valuta estera, utilizzare sistemi di trasferimento del denaro; internet è libero (a differenza della Cina). Si è avviato un programma di costruzione di infrastrutture, finanziato dall’aumento delle tasse. Padre Alberto non riesce a capire perché proprio ora il mondo occidentale si accanisca contro la Signora e il suo Governo, che un cambiamento lo sta lentamente favorendo.

I Rohingya non sono amatissimi da una parte della popolazione, anche perché – viste le loro condizioni di povertà – hanno esercitato una forte pressione tra il Bangladesh e il Myanmar. Insieme ai Rohingya ci sono anche immigrati dal Bangladesh che fuggono dalle condizioni di miseria del loro Paese. I militari avevano risolto il problema dichiarandoli apolidi, e così facendo li avevano lasciati in sospeso, ora invece la ri-esplosione del problema è funzionale alla loro strategia di controllo del Paese. Il problema dei Rohingya e dell’immigrazione è in realtà troppo grande per uno Stato fragile come il Myanmar che non è attrezzato per sostenere un’emergenza umanitaria di tale entità. Destabilizzare ora il timido processo democratico non servirebbe ad altro che a riportare in auge i militari.

La ben più ricca Europa, del resto, che ora rinforza il coro degli indignati, ha dimostrato recentemente di peccare dello stesso peccato nei confronti dei profughi: si pensi all’Austria che vuole militarizzare il confine con l’Italia, all’Ungheria, che vuole costruire muri, alla Francia e a tutti gli Stati che si oppongono a qualsiasi politica di gestione condivisa dei profughi e dell’emergenza umanitaria, lasciandola di fatto ai Paesi più esposti, come l’Italia e la Grecia.

 

Profughi appartenenti all'etnia Rohingya
Profughi appartenenti all’etnia Rohingya

 

 

NOTA:

Si segnala che è possibile raccogliere dei fondi per l’ospedale e le attività caritatevoli di Padre Alberto. Chi volesse contribuire può contattarmi per ricevere ulteriori informazioni (marco.palone@gmail.com).

 

 


 

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