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“Batman v Superman: Dawn of Justice”, ovvero: come il cinema dei supereroi ebbe fine

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Da sinistra verso destra: Henry Cavill (Clark Kent/Superman), Ben Affleck (Bruce Wayne/Batman) e il regista statunitense Zachary Edward Snyder (1966)

Comunque vada, il cinema supereroistico è destinato a morire assieme ai suoi protagonisti. Come il western prima di esso, fagocitato dalle proprie ambizioni e dai propri limiti. Primo fra tutti, il limite di non riuscire a guardare oltre la medesima formula.

Mentre i Marvel Studios proseguono nella realizzazione del Cinematic Universe, comprensivo di film e serie TV in fase di realizzazione almeno fino al 2019, la Warner Bros. è passata ufficialmente al contrattacco. Batman v Superman: Dawn of Justice (seriamente, titolo più ampolloso non poteva essere scelto) non soltanto prosegue l’arco narrativo cominciato con L’Uomo d’Acciaio, ma si offre allo stesso tempo come primo mattone del franchise che culminerà nel 2017 con Justice League Part One. Tenete bene a mente il termine franchise, che ci servirà in seguito.

Partiamo dalle gioie: c’è molto Zack Snyder in questo film. Ed è forse questo l’elemento che più funziona, in due ore e mezzo di battaglia per la supremazia che in realtà finisce per assomigliare ad uno scontro dotato di assoluto classicismo. Un’estetica di immediata riconoscibilità (quei ralenty sconsiderati nei primissimi minuti vi faranno temere il peggio) che tuttavia riesce a farsi carico di nuova linfa rispetto al precedente, tutt’altro che entusiasmante, capitolo della saga. Superman si staglia come una divinità pagana contro il cielo illuminato da un sole che sembra uscito da una tela di William Turner. Batman fuoriesce dalle tenebre orrorifiche di un covo puzzolente, più un mostro da horror francese che un supereroe in maschera. Sta tutto nella contrapposizione fra queste due icone (un confronto tutto formale) che la pellicola vive i suoi momenti migliori. Derivanti dalla stessa costruzione fisica dei protagonisti: Bruce Wayne è invecchiato, brutale, quasi cubico nella sua muscolatura ipertrofica. Il figlio di Krypton al contrario è slanciato, elegante, risplendente di una perfezione aliena.

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Jesse Eisenberg (1983) interpreta Lex Luthor

E’ un sollievo poter ammettere che, al netto di tutti i dubbi iniziali, sia Ben Affleck che Henry Cavill funzionano alla grande nei rispettivi ruoli. Il primo finalmente purgato dagli eccessi recitativi della gioventù (Daredevil chi?), contenuto entro i limiti di un personaggio infarcito di furia sobria (ma dopo Argo e Gone Girl non è più una novità). Il secondo uscito di nuovo vincente da una sfida niente affatto semplice, in cui il limite tra il ridicolo e il magniloquente è piuttosto sottile. Peccato non poter dire lo stesso di Jesse Eisenberg, attore che fa della gestualità sottintesa il proprio cavallo di battaglia e costretto invece ad un ruolo decisamente sopra le righe. Ed è proprio parlando del villain che arriviamo alle note dolenti. Perché, nonostante il titolo attiri le aspettative sotto un fascio di luce diverso, Lex Luthor in questo film appare spessissimo. Ok, neanche Kevin Spacey aveva convinto appieno nella parte del miliardario sociopatico: figuriamoci il risultato qui, se il vero e proprio motore della vicenda è rappresentato da un ragazzino disturbato che si impappina durante una conferenza e spara frammenti di filosofia spicciola.

Perché l’intreccio in fondo, se pure nella prima mezz’ora riesce ad essere spacciato per qualcosa di diverso, è quanto di più scontato possa esistere in un superhero movie. No, Batman non è quel feroce vigilante che marchia a fuoco le vittime. No, il pipistrello non ha alcun motivo plausibile per odiare a morte il suo dirimpettaio di Metropolis. E no, Superman non è un idolo immortale totalmente insensibile agli esseri umani che non siano Lois Lane. E’ solo un trucco del giovane Luthor, evidentemente. O dei produttori, che dir si voglia.

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Gal Gadot (1985) interpreta Wonder Woman

Lo stesso trucco porta ad inserire nella storia (e quanto può essere forzata come aggiunta) gli altri metaumani. Guarda, c’è Aquaman! Ma è ovvio, il film a lui dedicato uscirà nel 2018: il buon Jason Momoa una comparsata doveva pur farla, no? E non manca neppure Flash, protagonista della scena più confusionaria dell’intera pellicola, che fa seguito – ahimè – ad una rappresentazione onirica straordinaria. A salvarsi è invece la meravigliosa Gal Gadot: certo, pure la presenza di Wonder Woman puzza di spin-off a miglia di distanza, ma la decisione di nobilitare prima di tutto il personaggio “senza costume” risulta azzeccata. Anche perché la vera entrata in scena della supereroina è un passaggio di rara potenza visiva.

Da un lato dunque abbiamo lo Snyder migliore, quello che parla per immagini, che affianca Superman al Dottor Manhattan di Watchmen (un essere sovrumano incompreso) e che regala alcune delle sequenze migliori del cinema supereroistico contemporaneo: l’inquadratura che porta al fotogramma finale, ad esempio. Dall’altro sono schierate tutte le esigenze di distribuzione. Quelle che intorbano la trama con elementi non richiesti. Quelle che assecondano il volere degli appassionati dell’universo DC Comics al prezzo di una generale cacofonia. Quelle che <<sì, dobbiamo specificare che il nemico si chiama Doomsday, anche se la frase suona stupida in quel contesto>>.

Come se poi l’operazione portata avanti dai Marvel Studios abbia giovato in termini di qualità complessiva delle singole opere (eccezion fatta per Guardiani della Galassia, che funziona benissimo da solo). Come se una pellicola fosse valutata sulla base di ciò che viene prima e dopo di essa. Come se il risultato finale riuscisse ad adombrare la pochezza degli elementi che vanno a formarlo.

Il discorso, infine e purtroppo, ruota sempre attorno al franchise. Ricordate? Il buon vecchio franchise. Un marchio, nulla di più. Vuoto.

 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Nato a Siena il 15 Giugno del 1991, studia presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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