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The Babadook: la recensione “monstre”

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Facciamo il giro largo.

the-babadook-is-real-and-you-can-t-get-rid-of-him-89bb0a4a-ac2b-4415-b5db-d90b843b0af0L’industria dell’horror è uno dei meccanismi più volubili della Settima Arte. Figlio della sua intrinseca commercialità, il genere “di paura” ha attraversato dalla sua nascita diverse fasi, seguendo (come ogni forma di intrattenimento popolare) la volontà dell’utente. Pensiamo ai precursori europei, intenti a canalizzare il terrore in un soggetto ben preciso (il Nosferatu di Murnau), e che avrebbero ispirato negli anni Trenta i grandi mostri americani (Dracula, Frankenstein, L’uomo invisibile). Pensiamo dunque all’evoluzione, tutta statunitense, spinta dall’avvento di tecnologie sempre più sofisticate, oltre che dal formarsi di nuove paure (la Guerra Fredda, il pericolo sovietico). Per poi giungere all’interesse per la psicosi umana (e in seguito per l’occulto) tipica degli anni ’60: Psyco e Rosemary’s Baby sono solo due delle pietre miliari dell’epoca. Poco tempo dopo si impose con violenza la lezione italiana di Bava, Fulci, Argento e Deodato. E ancora, il decennio delle “saghe” per eccellenza: gli anni ’80 di Nightmare, Halloween, Hellraiser, con la nascita del sottogenere slasher. Fino ad arrivare al Duemila, con la sua sbornia di cinema nipponico e il rinnovato gusto per lo splatter: il B-Movie torna ad essere A-Movie, con la prima ondata di torture porn.

D’altro canto è necessaria un’affermazione scontata: il continuo mutamento dell’oggetto, della cosa che provoca paura, è un fenomeno ciclico. Le mode tornano sempre al punto di partenza, e così le fobie. Negli ultimi dieci anni di cinema horror possiamo allora individuare, come carattere distintivo, un netto ritorno alle origini. E non parliamo soltanto delle origini del genere cinematografico, ma in senso ampio, dell’idea di “raccontare novelle che spaventino”. Sono secoli che la società si diletta con le storie di mezzanotte, ed è sempre degno di lode chi è capace di narrarle.

Una scena del film 'The Babadook'
Una scena del film ‘The Babadook’

Cosa c’entra il lungo revival che vi siete sorbiti con The Babadook? Tutto. Perché questo film indipendente australiano, diretto da Jennifer Kent, è una perfetta storia di mezzanotte. E anche qualcosa di più. Pochi cenni alla trama: Amelia ha cresciuto suo figlio Samuel da sola, dopo la morte prematura del marito. Il bambino è iperattivo, ama costruire armi rudimentali ed è letteralmente ossessionato dai mostri immaginari. Non proprio il marmocchio che tutti ci augureremmo di avere in casa. Quando uno strano libro, “Mister Babadook”, compare in casa loro, la preoccupazione che una creatura soprannaturale li stia perseguitando diventa più concreta.

Nulla di nuovo. Lo spunto ha un vago sentore di Paranormal Activity senza found footage. Il riferimento non è casuale, e si concretizza nella figura di Jason Blum. Blum (produttore della saga di Oren Peli, ma anche di Insidious e Sinister) ha finanziato tutti i migliori horror old style degli ultimi anni, e può essere considerato uno dei fautori della rivoluzione descritta sopra. The Babadook fa suoi i migliori pregi di queste pellicole e li utilizza per arrivare ad un diverso risultato. Il mostro c’è, ed è ben presente, ma a sommergerlo per lunghi tratti è il rapporto madre-figlio, vero cuore pulsante della storia. Tanto da farla assomigliare non a Rosemary’s Baby, come qualcuno ha sostenuto, ma allo Shining di Kubrick.

La regista australiana Jennifer Kent
La regista australiana Jennifer Kent

Di simili film, capaci di giocare artigianalmente con la tensione, se ne sono visti pochi. L’esordiente Kent elimina gli elementi superflui: dai facili spaventi con collaborazione della colonna sonora all’urgenza massima di giungere allo scossone. Qui tutto ciò scompare, l’intreccio procede placido e senza fretta, il disagio permea ogni fotogramma. Rifuggendo l’astratto terrore dell’ignoto, la pellicola finisce per raccontare una favola di odio e disperazione. A far venire i brividi non sono le sequenze in cui la creatura è visibile, e neppure il lungo scontro che porta al finale. E’ l’atmosfera generale, le scene di lucida follia che coinvolgono la protagonista (maestosa l’interpretazione di Essie Davis), il puntare su fobie ancestrali che chiunque ha sperimentato. C’è poco sangue e molta malattia nelle stanze asettiche di The Babadook.

Un ruolo fondamentale lo svolge la fotografia, quanto di più lontano dai patinati film nordamericani. In effetti c’è molto fascino anglosassone, europeo, nel lavoro svolto dalla troupe. I colori sono ridotti al minimo, una colata di cemento che contribuisce al disagio di cui è vittima lo spettatore. E poi la gestione della luce, con la macchina da presa sempre attenta a lasciare spazio agli angoli oscuri. La casa dove si svolge la maggior parte della narrazione pesca a piene mani, come ricordato da molti, dall’espressionismo tedesco e dal cinema gotico. Questa, come molte altre citazioni, è inserita con puntuale eleganza: il simbolismo dei tre porcellini, il richiamo a Mario Bava e quello a George Méliès sono strizzate d’occhio lanciate con consapevolezza, mai fini a se stesse. Interessantissimo è poi il gioco con gli elementi di contorno, che riecheggiano ognuno un’epoca diversa (Amelia veste con abiti degli anni Venti, la casa è colma di roba vintage, ma si nota anche un lettore DVD), quasi ad indicare che il “mostro” è senza età.

Il Babadook del titolo è davvero il baubau che ogni bambino teme, cartoonesco e surreale, ma assurge infine e in particolare a spauracchio dell’adulto. E la conclusione, metaforica e reale al tempo stesso, dimostra una volta per tutte il coraggio dell’operazione, il suo differenziarsi da ogni altra pellicola dell’orrore. La luce opaca alla fine del tunnel come pochi altri l’avevano descritta. The Babadook è qualcosa di nuovo, con la sua capacità di uccidere uno dopo l’altro i suoi infiniti padri e di camminare sulle proprie gambe. Con tutta probabilità non diventerà un modello per le produzioni avvenire, ma resterà un unicum all’interno di un panorama variegato e di scarsa qualità. Un viaggio nella drammaticità di una vita come tante: il tipo di viaggio che pochi film horror sono disposti ad affrontare.

Pochi appunti sparsi, in chiusura:

– Il libro pop-up “Mister Babadook” è semplicemente meraviglioso ;

– Il film è liberamente tratto da un cortometraggio diretto della stessa Jennifer Kent, dal titolo Monster. Disponibile su youtube, se volete dargli un’occhiata ;

The Babadook ha trionfato agli AACTA Awards e ai New York Critics Circle Awards. A novembre è stato presentato al 32esimo Torino Film Festival. Sembra che una sua distribuzione italiana sia imminente, ma dovremo aspettare ancora un po’ per vederlo nelle nostre sale .

 

Il libro 'Mister Babadook' in una scena del film
Il libro ‘Mister Babadook’ in una scena del film

 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Classe 1991, toscano. Si è laureato in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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