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“Barriere”: certe barriere vanno abbattute

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«il significante cinematografico non lavora per proprio conto ma è tutto intento a cancellare le tracce dei suoi passi, ad affacciarsi immediatamente sulla trasparenza di un significato, di una storia che in realtà è costruita da quel significante ma che esso finge solo di “illustrare”». “Barriere” (“Fences Movie”), diretto e interpretato da Denzel Washington, è un film costellato di indizi e “segni” che fanno andare avanti la storia, contribuiscono alla sua costruzione senza volerlo dare a vedere ma che, al contempo, se debitamente isolati, possono rivelarne altri aspetti, quelli meno ovvi e per questo più interessanti.

About Enrico Riccardo Montone

REDATTORE | Classe 1993, laureato in Comunicazione. Amante del cinema, è recensore di film. Cresciuto a pane e Stanley Kubrick, miscelati al culto per Federico Fellini, si impegna in iniziative ambientali. Nel 2014 ha scritto il libro "A ciascuno il suo cinema".

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“Fortunata”: la Mouchette contemporanea

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I romanzi di Margaret Mazzantini nascono da forti motivazioni sociali e morali. Con i suoi volumi, ella vuole dare la parola agli ultimi, quelli che non hanno voce nella nostra società, che occulta la miseria con lo strepitio e il luccichio della ricchezza e dell’apparenza. Ma non si tratta più degli sfruttati strutturali all’organizzazione capitalistica del lavoro. Non esiste il lavoro organizzato in uno spazio e in una comunità o in una città identificati. In questo senso, “Fortunata” è il film più estremo e compiuto degli ultimi anni. Un film privo di barriere e di distanze ma carico di umori.

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Song to Song

“Song to Song”: un sistema o una formula?

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Si sa che l’opera complessiva di un autore prima o poi finisce per formare un “sistema”, ovvero un ordine progettuale e consapevole di elementi stilistici e tematico/narrative, che presiede all’insieme del suo cinema e in qualche misura lo prevede. Terrence Malick, secondo la maggioranza dei critici e degli analisti, rientra ormai nel gruppo dei “sistematici”. Eppure le informazioni sul metodo di lavoro di Malick, che si rivela molto originale, confermerebbero l’esistenza non tanto di un sistema – più o meno chiuso – ma proprio di una “struttura” radicale. Il “sistema”, quindi, si sarebbe trasformato in una “formula”.

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“The Light Between Oceans”: poca luce tra gli oceani

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Nonostante l’attenzione nella capacità di elaborare uno spazio che è tutt’uno coi protagonisti della vicenda, diventando esso stesso un personaggio, il melodramma di Derek Cianfrance è un faro spento contro cui si arena un bastimento di intenzioni che non trova eco empatico nello spettatore. In “The Light Between Oceans” si percepisce un’involuzione della forma e il regista precipita in una melassa prevedibile, superficiale e inutile.

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“Arrival”: fantascienza esistenziale

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Vano cercare nel nuovo film di Denis Villeneuve, “Arrival”, lo spettacolo da contemplare passivamente. Come Socrate sapeva mettere in crisi il suo interlocutore ponendo delle domande e inducendolo a fare affiorare un’idea, un’argomentazione, un’immagine latenti e represse, Villeneuve, attraverso la trasposizione del romanzo “Storia della tua vita” dello scrittore Ted Chiang, interroga se stesso, gli attori e la troupe, i personaggi e gli spettatori, sottoponendo tutti ad un travaglio da parto per cui, alla fine, il film-enfant viene alla luce per lo sforzo comune di tutti quelli che entrano nella medesima “tensione”.

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