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Australia ed Europa: una distanza, a volte, solo geografica

Pubblicato il Pubblicato in Costume e Società, Little Italy, Recenti

gettyimages-492241004Uno dei privilegi che si hanno nel trovarsi dall’altra parte del globo – e così lontana dalla tua Europa – è che puoi vedere la situazione mondiale davvero sotto un punto di vista più ampio e, addirittura, quasi imparziale. Si riesce a fare un’analisi migliore delle differenze, a percepire le sfaccettature degli eventi, a studiarne la retorica e la pratica. È come se si avesse la possibilità concreta di mettere in discussione più facilmente le tue idee e quindi aumentare di consapevolezza con il vantaggio di poter cambiare opinione a seguito di ricerche più ampie e poliedriche. Diventa quindi inevitabile fare una sorta di confronto con quello che è definito il Lucky Country, perché si vuole trovare qualche imperfezione che lo renda un pochino meno incantato e più simile alla realtà quotidiana che conosci e in cui hai imparato, talvolta a tuo malgrado, a convivere.

Quindi, mentre Oltreoceano – parlando dalla mia attuale situazione geografica – si è parlato della costruzione di muri, di come poter  limitare l’accesso di migranti e richiedenti asilo, l’Australia ha trovato un suo personale modo di contrastare questo crescente afflusso di sbarchi. Il Governo di Camberra già in passato ha attuato una serie di procedure che portano alla detenzione in un centro costruito poco al di fuori della frontiera di tutti coloro i quali  tentano di arrivare ed entrare in questo territorio via mare. Il più noto si trova a Nauru, una piccola isola di diecimila abitanti che si è arricchita vendendo alla Gran Bretagna i diritti sulle ricche miniere di fosfati e che proprio recentemente è stata definita da Amnesty International come una «prigione a cielo aperto». Questo campo di detenzione è spesso sotto accusa e si ritrova, molte volte, ad avere a che fare con denunce di abusi e maltrattamenti  da parte di numerose agenzie non governative. Proprio qui si è verificato l’ultimo eclatante caso di suicidio di un giovanissimo ventitreenne iraniano, Omid Masuamali, partito nel 2011 dalla sua terra e rimasto rinchiuso per oltre tre anni su quest’isola. Tre lunghi anni in attesa di essere rimandato in patria o trasferito in Paesi terzi, perché è questo l’accordo stipulato tra l’Australia e l’isola di Nauru, con relativi finanziamenti per ospitare chi viene avvistato in mare.

Dopo l’ennesima visita di tre ispettori dell’Alto Commissariato ONU giunti dalla capitale per fare una verifica sullo stato di detenzione e sulla situazione di questi richiedenti asilo, Omid ha deciso di darsi fuoco. Ad aggravare ulteriormente – se possibile – la situazione ci hanno pensato le polemiche riguardanti la poca tempestività dei soccorsi e l’inefficienza delle cure prestategli. Omid è morto nell’ospedale di Camberra a causa delle pesanti ustioni riportate sull’oltre 80% del corpo.

Vi era anche un secondo avamposto contro l’immigrazione clandestina e si trovava nell’isola di Manus, in Papua Nuova Guinea. Dati relativi alla prima metà dell’anno ci dicono che lì sono ancora presenti circa ottocentocinquanta rifugiati in attesa di avere una risposta dal sistema burocratico australiano, ma le numerose sentenze del tribunale che riconoscevano l’irregolarità del centro e le pesanti denunce delle organizzazioni mondiali hanno fatto sì che, il 27 Aprile 2016, il Presidente di questa terra prendesse la decisione di chiudere la struttura ed ufficializzato dal Governo alcuni mesi dopo.

«L’Australia ha rigettato i richiami internazionali e le conclusioni della Commissione per i diritti umani australiana che ha chiesto la fine delle detenzioni offshore di rifugiati e richiedenti asilo. La decisione del Primo Ministro papuano Peter O’Neill di chiudere il centro di Manus dopo la sentenza del tribunale, permette alla Papua Nuova Guinea di staccarsi dal famigerato regime di detenzione offshore dell’Australia. Ora, i richiedenti asilo ed i rifugiati detenuti dovrebbero essere trasferiti in altri Paesi, Australia compresa, dove si potranno ricostruire le proprie vite».

(Michael Garcia Bochenek, di Human Rights Watch)

La questione dei migranti è motivo di scontro politico specialmente durante le campagne elettorali. Le ultime elezioni tenutesi nel 2013 hanno proclamato la vittoria del fronte conservatore con il Liberal Party of Australia (LPA, trad: Partito Liberale d’Australia) di Tony Abbott, diventato così il nuovo Primo Ministro. Il programma dei conservatori indicava – tra i suoi punti cardini – l’irrigidimento della situazione riguardante proprio l’immigrazione, considerata fino ad allora troppo elastica ed aperta, oltre che una conseguenza negativa delle azioni del precedente Governo laburista di Kevin Michael Rudd. Il titolo era abbastanza chiaro e non lasciava spazio a fraintendimenti: con lo slogan No Way, infatti, si mettevano in guardia tutti quelli che volevano raggiungere il paese via mare.

«Se prendi una barca senza visto, non metterai piede in Australia; Ogni imbarcazione che tenterà di entrare illegalmente sarà intercettata e respinta dalle nostre acque; Queste regole valgono per tutti, comprese donne e bambini, non importa chi sei o da dove vieni; L’Australia non sarà la tua casa; Ripensaci prima di buttare i tuoi soldi, i trafficanti mentono».

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Malcolm Bligh Turnbull (1954) è un politico australiano. È il 29° ed attuale Primo Ministro del Paese

Queste sono solo alcune delle frasi pronunciate a favore della campagna. Succede però che lo stesso partito liberale fa cadere – durante il suo Congresso nel Settembre 2015 – proprio Abbott, contestandogli le decisioni riguardanti la questione immigrazione. Al suo posto prende la carica di Primo Ministro l’avvocato Malcolm Turnbull, ispiratore nel referendum del 1999 dell’Australian Republican Movement (ARM), che aveva come suo punto di forza il respingimento dei migranti.

Le regole di questo Governo sono, tuttavia, ancora più dure e restrittive. Si parla di quote al ribasso, autorizzando la Marina a respingere i battelli carichi fuori dalle acque territoriali australiane ed accordi con le Isole-Stato vicine per l’ingrandimento dei campi di accoglienza e il riconoscimento dei migranti, gestiti da operatori australiani e finanziati dall’Australia. Per limitare l’affluenza di informazioni che provengono dai centri di raccolta e che finiscono sui tutti i media del Paese, con pericoloso ed importante danno dell’immagine internazionale dell’Australia, nei mesi scorsi il Governo di Turnbull ha deciso di approvare un decreto che vieta ad operatori o ex operatori, medici, volontari e personale vario impegnato nei campi ogni diffusione di notizie riguardante l’attività nei centri di raccolta e identificazione dei profughi. Il mancato rispetto del silenzio è punito con la detenzione fino a due anni di carcere.

Repentine sono state le proteste delle associazioni di volontari e dell’ordine dei medici australiani, i quali hanno sostenuto a gran voce che questa legge bavaglio viola la libertà di espressione, ovvero uno dei pilastri del sistema costituzionale australiano. I medici, inoltre, hanno minacciato altre forme di protesta in tutta il Paese e il blocco di tutte le attività sanitarie nei campi di raccolta profughi, misura che di fatto darebbe un brusco blocco alle attività dei centri. Nonostante questo, però, è recente la notizia che il Governo di Canberra ha proposto misure ancora più rigide per contrastare l’immigrazione irregolare. Turnbull, di fatto, ha dichiarato di voler vietare per sempre l’accesso al territorio australiano ai profughi o ai richiedenti asilo arrivati via mare senza visto d’ingresso. Il provvedimento sarebbe applicato a qualunque successiva richiesta di visto (anche per motivi turistici, professionali o familiari).

Secondo molti, tale misura sarebbe contraria agli obblighi internazionali che Canberra è tenuta a rispettare, ma il Ministro dell’immigrazione Peter Dutton respinge queste obiezioni. C’è da ricordare, poi, che il diritto di un rifugiato di essere protetto contro il rimpatrio forzato (o respingimento) è stabilito dall’articolo 33 della Convenzione«Nessuno Stato Contraente espellerà o respingerà, in qualsiasi modo, un rifugiato verso i confini di territori in cui la sua vita o la sua libertà sarebbero minacciate a motivo della sua razza, della sua religione, della sua cittadinanza, della sua appartenenza a un gruppo sociale o delle sue opinioni politiche».

Questo divieto è largamente ed universalmente accettato come parte del Diritto internazionale consuetudinario; ciò significa che anche  gli Stati che non hanno aderito alla Convenzione di Ginevra del 1951 sono tenuti a rispettare questo principio di non-refoulement.

È davvero una situazione spinosa e, a tratti, poco lusinghiera per l’Australia. Purtroppo l’immigrazione viene vista come un problema da rifiutare, da respingere e addirittura da negare. Gli Stati come l’Italia vengono lasciati soli ad affrontare le emergenze ed alcuni arrivano a prendere decisioni drastiche per sistemare la questione o tutelare il proprio territorio.

In fin dei conti, in qualsiasi parte del mondo tu vada a guardare, sembra che ci si è dimenticati che siamo stati tutti, in un certo senso, immigrati.

 

 


 

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About Francesca Bux

CORRISPONDENTE | Classe 1984, veneta ma con sangue pugliese, buddista. Esteta da sempre, amante dell'arte in ogni sua forma, della danza orientale e dell'Antica Roma. Appassionata di architettura, scultura, fotografia, fisica e motoristica. Malinconicamente nostalgica, nutre una forte passione per il teatro, il buon vino, gli scritti di Italo Calvino ed Oscar Wilde. Dichiaratamente nerd, è una mangiatrice esperta di biscotti. Attualmente vive in Australia, in attesa di decidere altre destinazioni.

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