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“Arrival”: fantascienza esistenziale

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Una scena del film
“Arrival” (2016), una scena del film

Vano cercare nel nuovo film di Denis Villeneuve, Arrival, lo spettacolo da contemplare passivamente. Come Socrate sapeva mettere in crisi il suo interlocutore ponendo delle domande e inducendolo a fare affiorare un’idea, un’argomentazione, un’immagine latenti e represse, Villeneuve, attraverso la trasposizione del romanzo Storia della tua vita dello scrittore Ted Chiang, interroga se stesso, gli attori e la troupe, i personaggi e gli spettatori, sottoponendo tutti ad un travaglio da parto per cui, alla fine, il film-enfant viene alla luce per lo sforzo comune di tutti quelli che entrano nella medesima tensione.

Louise Banks (Amy Adams), linguista di fama mondiale, è madre inconsolabile di una figlia morta prematuramente. Ma quello che crede la fine è invece un inizio. L’inizio di una storia straordinaria. Nel mondo galleggiano dodici navi aliene in attesa di contatto. Eccellenza in materia, Louise è reclutata dall’esercito degli Stati Uniti insieme al fisico teorico Ian Donnelly (Jeremy Renner). La missione è quella di penetrare il monumentale monolite e interrogare gli extraterrestri sulle loro intenzioni. Ma l’incarico si rivela molto presto complesso e Louise dovrà trovare un alfabeto comune per costruire un dialogo con l’altro. Il mondo fuori intanto impazzisce e le potenze mondiali dichiarano guerra all’indecifrabile alieno.

In Arrival si avverte un impegno morale, un film che scruta profondamente le imperfezioni umane, che non lascia spazio alla retorica o alla facile commozione, ma pone degli interrogativi ai quali non è possibile sfuggire. Quella che in apparenza può sembrare solo una ricerca fenomenologica del tutto raccolta in una cifra descrittiva, di fatto diventa una parabola spalancata sul versante etico e metafisico. Spingendosi oltre il reale, l’intero film appare un documento morale della coscienza dell’uomo moderno. Le navi aliene diventano così i luoghi della riflessione e della presa di coscienza, il luogo del confronto drammatico con la propria coscienza. Lungi dall’essere il luogo della ribellione e di una possibile liberazione, le navicelle diventano uno spazio in cui si consuma il dramma ultimo, ove i personaggi sono costretti a confrontarsi con se stessi e interrogarsi sul senso della propria esistenza. Louise viene vista come una persona in lotta contro il mondo intero e, riprendendola spesso da dietro (di un corpo in eterno disperato e malinconico allo stesso tempo), Villeneuve dà l’impressione allo spettatore di essere dietro un soldato in guerra. Ma le spalle, il profilo, il corpo pesante e sgraziato di Louise parlano con il loro muoversi affannoso più del viso. Questa scelta attiene anche alla necessità narrativa di mantenere il mistero del personaggio, finalità che viene perseguita anche nei lunghi primi piani degli altri personaggi. La modalità comunicativa del fuori-campo trova la sua manifestazione più radicale: Amy Adams su tutti, che in affascinanti flashback e FlashForward si muove nell’intimità di un incontro ravvicinato dalle conseguenze decisive per l’umanità. Gli eventi sono filtrati dalla sensibilità della protagonista, immersa nella sua quotidiana lotta per la sopravvivenza.

Amy Adams in una scena del film
L’attrice statunitense Amy Adams (1974) nei panni di Louise Banks

Le sensazioni che un film come Arrival produce nello spettatore sono eminentemente intellettuali. Il distacco dalla materia narrata, la trascendenza dello stile, lo straniamento dei modelli, l’eleganza del montaggio e al tempo stesso il processo di spoliazione dell’immagine, tutto converge nella rappresentazione di una vicenda metafisica. Villeneuve aggiunge una dimensione supplementare interrogandosi sulla nostra maniera di comunicare. Oggetto insolito, come la sua astronave ovale e gravida di futuro, Arrival avanza in un silenzio opaco e negli occhi liquidi di Amy Adams, riempiendo con la parola il vuoto muto di Gravity (Alfonso Cuarón, 2013). Perché la lingua è il motore di un poema spazio-temporale che non impiega le sue straordinarie abilità tecniche per considerazioni metafisiche ma disegna una metafora narrativa ipnotica, spostando il significato e covandolo in un ventre materno. Una misteriosa struttura ovale che ha il colore e la vibrazione perturbante del monolite kubrickiano di 2001: Odissea nello spazio. Alla domanda se la Terra è il solo luogo ad ospitare la vita, il cinema ha risposto sovente grossolanamente. Arrival mostra come da quando gli uomini percepiscono il loro ambiente come qualcosa di così coerente da porli in grado di scorgervi un mondo, al di là di tutte le differenze culturali esiste un punto comune: questo mondo possiede un centro. E questo centro è lì, dove noi siamo. L’incontro dei personaggi con l’alieno, il diverso, sembra che faccia scoprire loro che questo centro non esiste, inserendosi tra le cesure di prima grandezza.

La seconda parte del film racconta il percorso che permette a Louis di colmare il vuoto lasciato dalla morte della figlia. È il percorso di chi si innamora e si incuriosisce di tutto ciò che riguarda l’altro – gli alieni, in questo caso – fino a conoscerlo e scoprire un modo migliore di stare al mondo. Al contempo la massa non ha un volto e non pensa. Il film sembra esprimere una tensione dall’indeterminato della società livellatrice all’individuato di chi sente sul proprio corpo e sulla sua coscienza il peso delle cose e ne soffre la lacerazione dolorosa: come la rinascita di un uomo strappato ai gesti ripetitivi di una catena di montaggio. In tal senso si può parlare di romanticismo, per la fiducia nell’individuo che afferma la sua carica etica e spirituale nell’attrito con le cose della vita. Le storie (l’amore per la figlia e per l’ex marito Ian) si interrompono bruscamente sulla necessità dell’amore per gli altri, su una richiesta d’aiuto, lasciando allo spettatore la risposta sulle difficoltà successive, sulla (ri)costruzione di un amore. È come se Villeneuve e lo sceneggiatore Eric Heisserer affidassero le loro speranze alla tensione che porta al cambiamento, lasciando alla realtà, alla storia, la risposta sulla possibilità della nascita di una società rifondata su rapporti più umani e basata sulla comunicazione. Louise è amore in azione che piega gli eserciti, traduce la lallazione aliena e chiude il cerchio. Figura geometrica perfetta di un’opera che scarta la rappresentazione antropomorfica dell’extraterrestre e inventa una forma di intelligenza aliena singolare, a cui replica il volto di un essere umano capace di empatia per la differenza. La differenza fondamentale non quella cosmetica. E così sul nostro cinema antropocentrico abituato a parlare inglese a umanoidi con le orecchie a punta e sul nostro pianeta piegato dai cambiamenti climatici ed estinto di specie viventi che non abbiamo nemmeno ancora censito, galleggia una vita aliena che emette inchiostro e segni sciolti su uno schermo bianco, producendo l’essenziale bicromia della scrittura. È questo il dono dei cosiddetti eptapodi agli umani: una scrittura che non esprime dei suoni ma veicola dei significati. Il film punta da un lato all’estrema concretezza dei gesti e delle relazioni, e dall’altro all’assoluta astrazione dei silenzi e del fuori-campo.

E proprio così riesce ad arrivare miracolosamente dove altri non arrivano: a essere perfettamente contemporanei senza finire schiacciati dall’attualità; a mantenersi in equilibrio tra sguardo terreno sulle cose e continua allusione a un altrove; a mantenere quasi sempre la giusta vicinanza dagli spettatori e dai personaggi, forzando il tempo e lo spazio del cinema.

 

 

 


 

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About Enrico Riccardo Montone

REDATTORE | Classe 1993, laureato in Comunicazione. Amante del cinema, è recensore di film. Cresciuto a pane e Stanley Kubrick, miscelati al culto per Federico Fellini, si impegna in iniziative ambientali. Nel 2014 ha scritto il libro "A ciascuno il suo cinema".

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