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Are we humans or are we social?

Pubblicato il Pubblicato in Agenda, Costume e Società, Recenti
Di mancanza di rispetto si muore
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Forme di bullismo: fisico, verbale, sociale ed elettronico

È una calda ed insolita mattina di Settembre qui in Inghilterra, la sveglia suona sempre troppo presto e riattivare il wi-fi è la prima azione che compio. Le notizie arrivano una dietro l’altra, prima o poi queste notifiche le disattivo… o forse no. Tiziana Cantone, trentunenne, suicida, video hard. Che cosa è successo? Apro, leggo velocemente, mentre con una mano infilo i jeans e con l’altra scorro in cerca di altre notizie.

È una banale soleggiata mattina di Settembre anche in Italia ed una donna si è tolta la vita nello scantinato di casa di sua zia, con un foulard azzurro stretto in gola ed appeso ad un tubo. Di Tiziana Cantone si è scritto, letto e discusso in ogni giornale online, in ogni quotidiano, in ogni canale televisivo. All’estero – dal The Guardian, al The Telegraph e al The New York Times – la vicenda è stata trattata con accesa partecipazione dei lettori. Perché? Perché Tiziana si è uccisa a causa della mancanza di umanità, e quando mancano umanità e rispetto è d’obbligo e necessario che la questione diventi di pubblico dominio. Proverò a ricostruire brevemente la vicenda, per chi non avesse avuto modo di approfondirla o avesse ancora dei dubbi in merito.

Tiziana Cantone è una giovane donna di Casalnuovo di Napoli che nel Maggio 2015 sporge denuncia contro quattro uomini dei quali fornisce nome e cognome. L’accusa è che abbiano messo in rete senza il suo consenso – dopo un sextexting di cui la stessa era a conoscenza – video amatoriali che la ritraevano nel pieno di atti sessuali, hard perché volgari, spinti, liberi nei costumi, al limite del porno. Il primo video arriva online il 25 Aprile 2015, dopo cinque giorni acquista popolarità in tutto il web, nel giro di un paio di mesi diventa virale persino al di fuori di esso: tazze, t-shirt, una rievocazione della frase cult negli ultimi secondi del video # Fuori c’è il sole di Lorenzo Fragola da 20 milioni di visualizzazioni, meme con la suddetta e celebre frase: «Stai facendo un video? Bravo!». Il popolo del web non si ferma: i video sono ovunque, Facebook, WhatsApp, Yahoo, Google, Appideas, Citynews. Tiziana è una celebrità dell’amatoriale, tanto da far ipotizzare alle menti più raffinate che fosse proprio quello lo scopo sotteso al suo plateale sputtanamento.

Ma non è così che va: Tiziana si fa riprendere durante atti sessuali, che poi scambia con uomini mai incontrati i quali – in preda ad un generoso atto di galanteria – decidono di spifferarli al mondo intero. È offesa, denigrata, malvista, diffamata, lapidata a via di click e commenti, bersaglio di hashtag squallidi ed infantili, per strada è vittima di aggressioni verbali e fisiche. Nell’Ottobre dello stesso anno chiede inaspettatamente il ritiro della denuncia, ed intanto gradualmente comincia a perdere tutto: in preda a crisi di panico e depressione, lascia il lavoro, chiede ed ottiene il cambio del cognome, cambia Regione, tenta il suicidio (una volta per gli avvocati e due per la madre).

Ma perché è sempre la vittima a dover trasferirsi? Perché è la vittima a dover vergognarsi? Lei non ci sta, torna a Mugnano (poco distante dal luogo in cui vive la madre), abita in casa di una zia e cerca di recuperare quel che la sua «dolosa ingenuità d’origine» le ha brutalmente strappato. Ma la gente non ha dimenticato, il pericoloso e per niente professionale clickbait di molti giornali online ed addirittura del Fatto Quotidiano (che ha tenuto online la notizia per ben sedici mesi) fanno di Tiziana un fenomeno da baraccone: una nascente pornostar che, anziché scegliere la via più semplice, si fa filmare per esser poi riempita di insulti. Questo sì che garantisce un posto nello scaffale a luci rosse delle cineteche!

Quel che Filippo Facci, nell’egregia ricostruzione che ne fa su il Post, definisce «docufilm dell’idiozia, la realtà della miseria culturale» racchiude la chiave di questa triste, assurda e complessa storia. Non basta a salvarla la giustizia italiana, lenta e spesso inefficace (la beffa economica a seguito della sentenza ha giocato un ruolo determinante nel fragile equilibrio psicologico della vittima), non serve a nulla il cd. diritto all’oblio (peraltro spesso impropriamente tirato in ballo), qui si parla dell’unica imputata principale di tutta la faccenda: la cattiveria umana, ed è su questa che vorrei proprio concentrarmi.

cloud-thunderNon starò qui a parlare ancora della gente di Melito di Porto Salvo in Calabria che ha ben poco di diverso dalle amiche nel bagno della discoteca di Rimini, e di certo non soffermerò la mia attenzione sulla meschina vicenda che ha purtroppo colpito la giornalista sportiva Diletta Leotta. Vorrei scrivere di cosa accade quando sei una donna, quando il tuo video hard mentre eri ubriaca e drogata, che hai fatto tu perché – stupida che sei! – il solo piacere fisico non ti bastava, che hanno girato mentre tu non lo sapevi, ha superato ogni confine spazio-temporale. Vorrei scrivere di cosa significa cyberbullying, slut-shaming e victim blaming, quando il sesso dovrebbe essere qualcosa che accomuna l’intera popolazione mondiale, che c’è da sempre, che la nudità è di tutti, che il revenge porn è da vili e che la violazione della dignità umana non potrà mai esser equamente ricompensata da nessun diritto all’oblio, da nessuna condanna e da nessuna pubblica scusa.

Tiziana Cantone, trentun’anni e un foulard; Carolina Picchio, quattordici anni e la finestra della sua camera; Rehtaeh Parsons, diciassette anni ed un’altra impiccagione. Il mondo intero urla al degrado in cui ci ha condotto il web, rapidamente, trascinandoci in un incontrollato vortice infinito di odio e violenza verbale che finisce col trasformarsi inevitabilmente in vergogna, paura e morte. Ma il web è fatto di algoritmi che, in mano alla massa – come la filosofa Michela Marzano sottolinea – demoliscono progressivamente l’essere umano. Ricatti ed insulti a sfondo sessuale diventano la norma quando si tratta di una donna vittima di revenge porn o di bravate dei compagnetti di scuola. La strategia per contrastare quest’inarrestabile tsunami di violenza si basa, come ancora ricorda in un video la Marzano – nella regola delle 3 P.

PUNIRE: Non basta la cancellazione del materiale dai siti web, anche perché spesso inutile data l’alta probabilità che qualcuno lo abbia salvato in memoria e lo abbia quindi sempre a portata di mano. Non basta nemmeno una legge sul cyberbullismo che tuteli i soli minorenni. I modelli statunitensi e britannici, a riguardo, sono esemplari: non si punisce il web, non si punisce la diffusione, il commento, il like. Si punisce la persona, il colpevole, il primo responsabile, e via via tutti quelli che si sono macchiati del crimine della disumanità.

PROTEGGERE: Come si protegge una vittima di abusi online? Con le strutture adatte, con i mezzi idonei forniti dalle istituzioni che, al contrario, tagliano fondi ai centri anti-violenza salvo poi dire che gli stessi dovrebbero fare di più. Si protegge educando al rispetto dell’essere umano, insegnando che un’amica va difesa sempre, a maggior ragione quando ubriaca e stuprata in bagno. Si protegge questo assurdo mondo con l’eliminazione dal nostro vocabolario di ogni termine offensivo che fa dello slut-shaming e del victim blaming uno dei più gravi fenomeni di sessismo dell’era contemporanea.

PREVENIRE: Si previene il suicidio di chi è vittima di abusi online ascoltando la persona, cogliendo ogni sua singola richiesta quando finalmente decide – in un misto di vergogna e senso di colpa – a denunciare quanto accaduto. Si previene la violenza verbale che porta alla morte con l’educazione alle differenze di genere, con l’uso consapevole del web, con la cyber security a priori e non a posteriori.

Le donne non sono le uniche vittime di questo contorto gioco di forza, il cui campo di battaglia è il web e la racchetta è la tastiera. Ma le categorie socialmente più esposte e deboli lo sono senza distinzione di sorta: persone di colore, membri della comunità LGBTIQ, individui che escono dai religiosi canoni di buona condotta per vivere la propria vita e la propria sessualità come meglio credono, facendo male a nessuno. E chi scrive dovrebbe accorgersene. La comunicazione ha il potere di cambiare tutto questo, lentamente, a fatica, ma può farcela e non è solo un’utopia di chi nel suo più puro potere crede ancora.

Fra il 16 ed il 17 Settembre avrò letto almeno un centinaio di articoli e la differenza riscontrata era palese: mentre The Independent focalizzava la sua attenzione sulla bellezza fisica di Tiziana, The Telegraph ne faceva un’analisi precisa e puntuale, con un uso appropriato di virgolette che guidassero il lettore nella distinzione fra ciò che è lecito e ciò che non lo è, sul web e nella vita reale. Mentre Peter Gomez si scusava pubblicamente per il ruolo giocato dal suo giornale, la gente cominciava ad interrogarsi se davvero Tiziana avesse tirato quel foulard azzurro perché internet l’aveva ferita.

La strada verso un’alfabetizzazione digitale è ancora lunga, ma bisognerebbe prima passare da quella scolastica, dall’ABC delle buone maniere, e da quella umana soprattutto. Si può esser più o meno contrari ad un video hard amatoriale, lo si può criticare in qualità di atteggiamento poco furbo e parecchio irresponsabile; oppure si può essere così al di sopra di tutto questo da capire che nella propria intimità ognuno fa ciò che vuole, che ci sono sfere dell’animo umano che non devono mai essere violate nemmeno quando si è a nudo davanti perversi spettatori affamati di scandalo.

Che alla fine dei conti l’unica cosa che conta è che di tutto questo si muore, appesi ad un tubo, nello scantinato di casa.

 

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NOTA:

«The story is heartbreaking, but what makes it even more tragic is how people have misinterpreted Cantone’s actions. Instead of viewing her as a straightforward victim of revenge porn (where intimate imagery is distributed without an individual’s consent), they have focused on the fact she initially sent the sex video to a group of trusted friends – including her ex-boyfriend, supposedly to make him jealous».

The Telegraph e lo stile britannico nel narrare la violenza di genere, lo slut-shaming ed il victim blaming. Perché è tutto questo ad aver ucciso Tiziana e tante altre e tanti altri come lei.

 

 


 

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About Barbara L. L. Maimone

COLLABORATRICE | Classe 1990, siciliana. È laureata in Giurisprudenza presso l'Università degli Studi di Catania, con una tesi dal titolo: "Diritto e ambiente. Un'influenza reciproca?". Trasferitasi a Londra, è testarda, chiacchierona e amante dei carboidrati. Co-gestisce un blog contro gli stereotipi di genere. I diritti umani, le tematiche ambientali e la geopolitica sono fra i suoi maggiori interessi. Da cittadina del mondo, porta un po' d'Italia ovunque vada.

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