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Antigone: una giovane donna contro la ragion di Stato

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Sofocle busto
Sofocle (496-406 a.C.) è stato un poeta e drammaturgo greco antico

Di recente, nel Novembre 2016, mi è capitato di andare al Teatro Era di Pontedera (Provincia di Pisa) per vedere la rappresentazione delle tragedie Edipo Re ed Edipo a Colono di Sofocle, interpretate dalla compagnia di Glauco Mauri e Roberto Sturno, che ha portato in scena due capolavori tragici senza tempo in cui si toccano i punti più alti del pensiero di Sofocle, autore greco del V secolo a.C. operante ad Atene. Mi sarebbe piaciuto assistere anche alla rappresentazione di Antigone – la conclusione narrativa del ciclo tragico di Edipo – che ha tanto da raccontare poiché possiede un valore comunicativo immenso e ancora molto attuale.

Del repertorio classico, l’Antigone di Sofocle è una delle tragedie più rappresentate a teatro: la sua fortuna ha attraversato i secoli e ha conosciuto numerose repliche e rifacimenti, contiene riflessioni di natura etica, politica e religiosa di portata universale: risiede forse in questo la fortuna del classico. Sofocle, autore di successo, oltre a compiere a teatro innovazioni tecniche  fu straordinario nel portare in scena eroi tragici grandiosi che accettano il proprio fato con dignità e coraggio. L’eroe sofocleo è solo, diverso, spesso menomato nel corpo (come Edipo, il cui nome stesso dice che è colui dai piedi gonfi) e va incontro a una sorte avversa, magari già designata da tempo dagli dèi, il cui volere si rivela non solo ostile ma anche insondabile.

Le vicende racchiuse nella trilogia” Edipo Re, Edipo a Colono e Antigone appartengono al cosiddetto Ciclo tebano e furono composte in momenti diversi: Antigone, secondo la linea narrativo-cronologica, è la più antica delle tre tragedie; andò in scena ad Atene con ogni probabilità nel 442 a.C., seguita da Edipo Re (di datazione incerta, ma comunque oltre dieci anni dopo) e da Edipo a Colono, rappresentata dopo il 406 a.C., anno della morte di Sofocle.

Edipo è colui che, ignaro dei propri natali, uccide il padre, Re di Tebe, Laio, e si sposa con la madre, la Regina Giocasta. Da questa unione nascono quattro figli: i due maschi Eteocle e Polinice e le due femmine Antigone e Ismene. In un percorso doloroso che porta alla scoperta delle proprie origini, Edipo e la sua famiglia apprendono la verità (e il conseguente incesto). Giocasta si impicca, schiacciata da un’onta così grande, ed Edipo, addolorato e oppresso dal miasma che ha toccato in sorte i suoi, si acceca e parte per un cammino ramingo, allontanandosi da Tebe. Queste vicende, narrate in Edipo Re, conducono al seguito di Edipo a Colono in cui, nello sfondo del demo attico di Colono – dove Edipo avrebbe concluso i suoi giorni – troviamo Edipo ormai vecchio accompagnato dalle sue figlie e l’imminente battaglia fra Eteocle e Polinice, che si contendono Tebe.

Arriviamo alle vicende della tragedia Antigone, in cui si apprende che i due fratelli sono morti, uccidendosi l’un l’altro «di doppia mano», e al trono è asceso Creonte, fratello di Giocasta. Antigone si apre con il dialogo pietoso fra la protagonista e sua sorella Ismene, che ricordano le loro sventure, e Antigone rivela subito le sue intenzioni: seppellire Polinice nonostante sia vietato dall’editto regale di Creonte. Infatti, nell’editto, era fatto divieto assoluto di dare sepoltura a Polinice, in quanto aveva mosso guerra contro Tebe, macchiandosi di empietà. Ma con molta sorpresa, si scopre che qualcuno ha gettato un pugno di polvere sul cadavere di Polinice, tributandogli così una sepoltura simbolica secondo il volere degli dèi, che non desiderano che una morte resti illacrimata e non celebrata dal rito religioso. Questo qualcuno è ovviamente Antigone, che ha rispettato la legge degli dèi, non scritta, che trova la sua forza nella morale e nell’etica del buonsenso; ma la giovane ha comunque violato il divieto regale e le leggi della città dettate da Creonte.

Antigone giving burial to her brother Polynices. 1825. Sebastian Louis Guillaume Norblin.
“Antigone cerca di seppellire Polinice” (1825), realizzato dal pittore francese di origine polacca Sébastien Norblin (1796-1884)

Antigone (il cui nome è parlante perché significa colei che è contro la propria stirpe) viene scoperta, arrestata e portata davanti a suo zio Creonte per rispondere delle proprie azioni.

CREONTE (rivolgendosi ad Antigone): «Dico a te, sì a te che abbassi il capo: neghi o ammetti di aver compiuto il fatto?».

ANTIGONE«Sì, sono stata io, non lo nego».

CREONTE […]: «conoscevi l’editto, che vietava proprio ciò che hai fatto?».

ANTIGONE«Sì, lo conoscevo. E come potevo ignorarlo? Era pubblico». 

CREONTE«Eppure hai osato trasgredire questa norma?».

ANTIGONE«Sì, perché questo editto non Zeus proclamò per me, né Dike, che abita con gli dèi sotterranei. No, essi non hanno sancito per gli uomini queste leggi; né avrei attribuito ai tuoi proclami tanta forza che un mortale potesse violare le leggi non scritte, incrollabili degli dèi, che non da oggi né da ieri, ma da sempre sono in vita, né alcuno sa quando vennero alla luce»[1]

La giovane si appella alle eterne «leggi non scritte» che impongono di piangere e seppellire i morti e afferma di non essere fatta per i legami di odio (come i suoi fratelli), ma per quelli di amore. Eppure la sentenza implacabile di Creonte prevede che Antigone venga sepolta viva in una grotta. Giungono a supplicarlo Ismene ed Emone, figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone, ma il Re è irremovibile. Soltanto il vecchio Tiresia, l’indovino cieco che aveva a suo tempo rivelato a Edipo i suoi mali, riesce a persuaderlo, facendogli capire che aveva gettato sottoterra una creatura della sua stessa stirpe, condannandola a una morte fuori da ogni onore, e che l’ira degli dèi celesti e sotterranei lo avrebbe aspettato al varco, considerate le sue azioni scellerate. Creonte dà finalmente sepoltura a Polinice e si reca alla grotta per liberare Antigone, ma ancora una volta giunge la disgrazia: Antigone si è impiccata e accanto al suo corpo senza vita c’è Emone che la piange. Alla vista del padre ha una reazione furibonda e si uccide. Anche la moglie di Creonte, Eurìdice, saputo della morte del figlio, si toglie la vita.

In ragione della concezione poetica di Sofocle, Antigone è espressione dell’eroismo solitario e determinato nelle proprie azioni; trascura la ragion di Stato per qualcosa di più forte e insondabile. Antigone è un grande personaggio la cui tensione etica è tutta sviluppata nel conflitto fra la coscienza individuale da una parte – che le dice di seppellire il fratello Polinice – e la norma dettata dagli uomini dall’altra – che glielo vorrebbe impedire. Il dialogo fra Antigone e Creonte occupa la parte centrale della tragedia ed è tutto giocato su questa tensione perché i due sono portavoce l’uno dell’essenza dello Stato, l’altra dell’essenza dell’individualità. Antigone è un personaggio dalla grande caratura che affronta la morte con una straordinaria coerenza morale, superiore persino a quella di Creonte. Alla sua coerenza, appunto, si contrappone quella del Re che all’inizio è irremovibile e ostinato, ma alla fine cerca di cambiare il suo operato per via delle suppliche dei suoi cari e di Tiresia. Nonostante le buone intenzioni, per Creonte è troppo tardi e la pena, sempre in ragione della poetica sofoclea, la sconta completamente solo, consumando la sua vita a piangere lacrime amare per il suo operato.

Questa tragedia non può essere più attuale e non c’è niente di retorico: ieri, nell’Atene del V secolo a.C., Antigone era un biasimo al tiranno e un richiamo alla moralità del tempo, mentre chissà quante Antigoni ci sono oggi, in un mondo come questo dilaniato dalle guerre. Chissà quante giovani donne lottano ogni giorno contro le insensatezze belliche per salvare i propri cari, sfidando gli editti di moderni Creonti per un’unica ragione, che è quella rispondente a un solo ordine di idee: l’amore sopra ogni cosa, che vince sulla distruzione (sebbene non nell’immediato) anche solo nel semplice atto di nascita di nuove vite – messe al mondo in mezzo alla guerra – di cui ogni tanto ci giunge notizia tramite articoli di quotidiani, radio e telegiornali.

Antigone è una giovane donna caparbia, armata di un coraggio che non si arresta nemmeno davanti alla morte e di tanto amore per i suoi cari, che sa di avere dalla sua le leggi eterne degli dèi e non ha paura di affrontare il suo destino del tutto sola perché, afferma, «Io non sono fatta per unirmi in legami di odio, ma per unirmi in legami di amore» [2]. Antigone è la conclusione narrativa della lunga e intricata vicenda mitica di Edipo e della sua famiglia, in cui è una giovane donna, nata innocente da una stirpe maledetta e contaminata, a morire per amore verso il proprio fratello e i propri ideali. Antigone sfida suo zio Creonte, quindi lo Stato tiranno e lontano dalla giustizia (la «Dike» invocata nel dialogo riportato), non tirandosi mai indietro. Le sue azioni la condurranno alla morte e forse c’è da chiedersi se ne è valsa la pena o se era meglio fare un passo indietro e continuare a fare le proprie battaglie in vita.

Sta a noi riflettere, perché la tragedia ci mette davanti a dei fatti compiuti che ci piaccia o no, che li condividiamo o no. La tragedia non lascia molta scelta a questa giovane donna guidata dai suoi fermi propositi e sta noi, una volta chiuso il libro, fermarci a pensare. E infine, fra i tanti insegnamenti di Antigone, questo: siamo retti dai nostri ideali.

Senza, chi saremmo e cosa ci guiderebbe?

 

bur

 

 

NOTE UTILI:

[1] Antigone, vv. 441-455, in Sofocle, Antigone. Edipo Re. Edipo a Colono, a cura di Franco Ferrari, ed. BUR, Milano 2010, pp. 91-2.

[2] Οὔτοι συνέχειν, ἀλλὰ συμφιλεῖν ἔφυν (v. 523).

 


 

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About Diletta Solinas

REDATTRICE | Classe 1992, sarda. Adora la lettura, l'arte, i film, i viaggi, i programmi di Piero e Alberto Angela e guarda ancora con meraviglia il mare e la natura. Laureata in Lettere sulla via dell'antico, ora prosegue gli studi in Italianistica e per questo si sente un po' un ibrido.

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