MODEL RELEASED. Prostitutes soliciting on a street corner.

Amnesty e la prostituzione: difendiamo i diritti umani delle prostitute

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<<I/le sex workers sono uno tra i gruppi più marginalizzati al mondo, costretti nella maggior parte dei casi ad affrontare un rischio costante di discriminazioni, violenze e abusi. Il nostro movimento internazionale ha aperto la via per l’adozione di una politica a favore della protezione dei loro diritti umani, che permetterà ad Amnesty di lavorare in futuro su questo problema di grande rilevanza>>.

aaaÈ questa la dichiarazione di Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, nella seduta dell’11 Agosto 2015, durante la quale è stata approvata una proposta di decriminalizzazione della prostituzione, la quale si propone di garantire la tutela dei diritti umani dei/delle sex workers e di diminuire il rischio di violenze e di sfruttamento da parte di terzi.

L’esigenza di questa nuova direzione nasce dalla base di alcuni studi e analisi condotti negli ultimi anni, i quali hanno dimostrato come la criminalizzazione della prostituzione danneggi, oltre che i clienti, soprattutto coloro che necessitano di protezione, ovvero i/le lavoratori/trici della categoria. Risulta chiaro che tutti i rischi connessi alla prostituzione aumentano quando questa è criminalizzata, a causa della inesistente, o comunque difficoltosa, collaborazione con la polizia, i servizi sanitari, le organizzazioni governative e non. Le ricerche dimostrano, inoltre, che le donne che lavorano in strada subiscono minori violenze rispetto a quelle che lavorano in spazi chiusi, come hotel o nightclub.

Com’era prevedibile, e non c’è da stupirsi, la proposta di Amnesty ha generato parecchie polemiche ed è stata tacciata di sostenere indirettamente i “papponi” e di puntare alla legalizzazione del lavoro delle prostitute, il quale viene equiparato persino alla tortura da alcune di quelle categorie che si sono opposte: le cosiddette abolizioniste (coloro che sostengono in toto la soppressione della prostituzione) in primis, la Chiesa e, infine, alcune esponenti dello star system, tra cui Meryl Streep, Emma Thompson, Anne Hathaway, Kate Winslet, ecc. I contrari hanno firmato una lettera aperta in cui si chiedeva alla Coalition Against Trafficking in Women di esprimere parere negativo in merito al documento proposto dall’associazione internazionale.

In realtà, occorre premettere che Amnesty non intende legalizzare il lavoro delle prostitute – scelta che è ovviamente lasciata ai singoli Stati – ma solo decriminalizzarlo, in modo da permettere ai sex workers di denunciare eventuali violenze o soprusi, senza dover temere un arresto o l’espulsione. Cosa vuole perciò Amnesty? Come dichiarato nella proposta, depenalizzare tutti gli aspetti della prostituzione <<to ensure that sex workers enjoy full and equal legal protection from exploitation, trafficking and violence>> (trad: assicurare che i sex workers godano di protezione legale dallo sfruttamento e dalla violenza). Cioè? Riconoscere la fondamentale differenza che intercorre tra chi lavora nell’industria sessuale e chi la sfrutta, e tutelare la prima categoria dalla seconda.

bbbInoltre, coloro che criticano questa proposta e vedono le prostitute solo ed esclusivamente come delle vittime, dimenticano una questione fondamentale: l’opinione dei diretti interessati e di quelle persone che hanno scelto liberamente questo mestiere.  Perché sì, non tutte le prostitute sono vittime. E, per questa particolare categoria, cosa comporta la criminalizzazione? Comporta che il loro mestiere sia un reato punibile dalla legge. E cosa ne consegue? Che siano costretti a vivere sempre al di fuori della legge stessa, con tutto ciò che ne deriva.

A seguito di questo clima di insicurezza, infatti, già dagli Anni ’70 (in UE e in USA) e dagli Anni ’90 (in Africa e in Asia) ha iniziato a svilupparsi un tipo di prostituzione autorganizzata, che prova a difendersi da datori di lavoro violenti, aggressori e clienti pericolosi. Queste organizzazioni sono le prime ad accusare gli Stati, avanzando delle richieste ben precise: NO a sotterfugi, discriminazioni, arresti, ricatti e violenze; SI a protezione, locali sicuri, possibilità di selezionare clienti. A tal proposito, delle testimonianze provengono proprio da due prostitute e attiviste italiane Pia Covre e Carla Corso, fondatrici del Comitato per i diritti civili delle prostitute, le quali si dichiarano favorevoli alla decriminalizzazione e alla legalizzazione della prostituzione, soprattutto a seguito dei cambiamenti degli ultimi anni e della migrazione femminile che vede sempre più le immigrate isolate, non tutelate e sfruttate.

Che poi, facendo un’ulteriore considerazione, sia per coloro che hanno scelto questa strada liberamente sia per coloro che ne sono vittime, la vera e propria regolarizzazione/legalizzazione sarebbe davvero sbagliata? Aumenterebbe davvero il fenomeno così come ritengono i contestatori?  Non indebolirebbe, invece, la tratta? Non sottrarrebbe alla criminalità organizzata la gestione di questo business, che potrebbe piuttosto essere organizzato dalle prostitute stesse? Sono i dati a rispondere e parlano chiaro: i paesi che hanno optato per una totale legalizzazione, come l’Olanda, o per una decriminalizzazione, come la Nuova Zelanda, hanno dato segnali positivi e visto una sostanziale diminuzione dello sfruttamento, al contrario di altri paesi, come la Norvegia, che hanno scelto la via della criminalizzazione e hanno assistito a un notevole aumento delle violenze.

Ma oltre ai dati statistici sul fenomeno, bisogna valutare, qualora si arrivi alla legalizzazione, la possibilità per queste categorie deboli di versare i contributi per la pensione, di avere assicurazione sanitaria e la possibilità di un mutuo, e tutti i benefici che derivano dallo status di lavoratore. Bisogna, perciò, che lo Stato riconosca che ci sono forme accettabili e non accettabili di prostituzione, che le distingua chiaramente, e che la società stessa si interroghi su come in concreto si possa difendere la libertà personale e tutelare il lavoro.

La verità è che non occorre amare o sostenere la prostituzione per volere la sua legalizzazione, e favorirla non significa essere necessariamente pro-prostituzione, ma spesso significa voler proteggere donne e minorenni dallo sfruttamento, da omicidi, da stupri e violenze. Quella di Amnesty <<non è una disputa filosofica sui diritti delle donne, ma un concreto tentativo di dare una mano in termini di diritti a chi diritti oggi non ne ha e che per questo, spesso, paga un prezzo altissimo>>.

È vero: in un mondo ideale in cui le ingiustizie non esistono, l’industria del sesso non esisterebbe. Purtroppo noi non viviamo in quel mondo, e sarebbe il caso di cominciare ad adattarci e a guardare in faccia la realtà piuttosto che perderci nelle nostre ideologie, che per quanto nobili, spesso risultano sterili.

 

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About Antonietta Bivona

COLLABORATRICE | Nata il 16 Aprile del 1993, in Provincia di Catania. Dopo gli studi classici, si è laureata in Lingue e Culture Europee Euroamericane ed Orientali presso l'Università degli Studi di Catania, con una tesi su Cesare Pavese e il Mestiere di vivere. Attualmente è impegnata con un master in Global Marketing. E' una grande appassionata di letteratura, italiana e straniera. Ama la scrittura, l'arte ed il cinema. Sociopatica, bibliofila e femminista.

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