Greece, Attica, Athens, Acropolis, listed as World Heritage by UNESCO

Alla scoperta di Atene, con gli occhi di un’europea

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Acropoli di Atene, il Partenone (438 a.C.)

Premetto che proporre un giudizio obiettivo mi sarà molto difficile. Dopo tre anni ininterrotti di residenza viennese, fare di Atene la scenografia della mia quotidianità ha avuto un impatto immenso sul mio modo di vivere e pensare. Di fatto, questa città ha rappresentato una svolta – professionale e personale – per me,  italiana ma slovacca di nascita, che proprio in Grecia ho trovato impiego e le primissime basi per una formazione lavorativa. Sia chiaro che trovo molto pretenzioso proporre qui un quadro della società e dell’urbanistica ateniese dopo appena sette mesi dal mio arrivo; tuttavia un’opinione certamente me la sono creata. Ovvio, dal momento che nelle sue innumerevoli sfaccettature un aspetto di Atene è comune a tutti: non lascia indifferenti.

Se dovessi descriverla in una parola sola, sceglierei certamente nostalgica. Prima dello scorso Luglio avevo visitato Atene con i miei genitori circa venti anni fa, e con grande sorpresa l’estate scorsa mi e’ sembrato di tornare nella stessa, identica città. Assolutamente differente da qualsiasi altra capitale europea, ad Atene ci si perde in un miscuglio di palazzetti risalenti perlopiù agli anni ’70, contornati da stradine e vicoletti rigorosamente non simmetrici. Moltissimi sono i palazzi abbandonati a sé stessi, decorati da graffiti e riportanti i segni delle numerose lotte e manifestazioni. Ecco, un altro aggettivo potrebbe essere vissuta. Si tratta di una città rimasta visibilmente ferma agli anni d’oro del suo boom economico, ma che al contempo porta con sé i segni della sofferenza dell’ultimo ventennio. La prima impressione che ho avuto è stata quella di trascuratezza, aspetto confermatomi da vari emigranti greci che hanno notato il progressivo degrado anno dopo anno. In un tale labirinto fioriscono, oltre ai famosi siti archeologici, migliaia e migliaia di caffetterie e locali perennemente affollati. Dal piazzale del Parlamento, Syntagma, si diramano gli innumerevoli quartieri, tra cui Exarchia, sede dei principali centri sociali e teatro delle più cruenti lotte del movimento greco, che frequentemente sfociano fino alla piazza centrale. A sovrastare tutto questo ovviamente l’Acropoli, che domina la città scendendo poi lungo il tradizionale quartiere di Plaka fino a Monastiraki, mete preferite dei (pochi) turisti. Adiacenti ad esse si trovano Panepistimio, dove ha sede l’Università Nazionale Capodistriana e la Biblioteca Nazionale, e la vecchia piazza centrale Omonia, dove non è così improbabile vedere tossicodipendenti iniettarsi anche in pieno giorno. Tutto questo è solamente il centro: a Nord della città si estendono infatti i distretti più benestanti, fino ad arrivare a Kifisià, verso Sud le località balneari fino Glyfada e Voula, mentre ad Ovest è ubicata l’intera zona del Pireo.

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Piazza Syntagma, Atene

Questo è lo scenario che rimane nella mente di un qualsiasi visitatore: una città piena di contraddizioni, che aspira a rinnovarsi ma che non riesce a nascondere i segni della sofferenza della propria popolazione. Un’osservazione del genere, riferita ad una qualsiasi metropoli, potrà non sorprendere. Tuttavia, nella capitale ellenica questo contrasto è impresso ovunque: locali curatissimi – traboccanti di giovani griffati e dotati degli smartphone di ultima generazione – situati spesso in vicoli trascuratissimi, abitati dai numerosi senzatetto. Atene è comunque viva, questo è certo. Si annusa ovunque la voglia di riscatto per una degradazione economica e sociale percepita come una piaga ingiustamente causata da fattori esterni al contesto ateniese. E un tale senso di rivincita lo si deve molto alla grande percentuale di popolazione che si è trasferita all’estero e che, tornando in patria, proprio non sopporta l’idea che il popolo ellenico soffra in tal modo, quando nel resto d’Europa il benessere del cittadino è considerato un bene indispensabile.

A tal proposito vorrei sottolineare la vera e propria ossessione che un ateniese ha per la propria città. Non importa quale sia il livello di crisi o arretratezza, se provieni da Atene niente nel mondo sarà mai considerato un valido sostituto. Non penso possa esistere la definizione per un tale attaccamento, ma nel tempo ho imparato a capire che Atene non è soltanto una semplice “città” agli occhi di un ateniese. Atene è infanzia felice, è famiglia, è amici. Mentre una qualsiasi metropoli può risultare dinamica, ma anche nevrotica, ad Atene il tempo ha la capacità di fermarsi per lasciar assaporare i valori, quelli tradizionali che uno si aspetterebbe in un micro-contesto. Al contrario, la città greca è grande, enorme se la si osserva dal Licabetto (la collina più alta, quasi nel centro città): l’occhio non riesce a vedere la fine dell’agglomerato grigio/bianco di palazzi che si spalma in ogni direzione. Per essere di tali dimensioni, io l’ho trovata relativamente calma e sicura, un luogo dove le persone si trovano per il per il puro piacere di incontrarsi, sedere a bere un caffè e parlare per ore. Posso sicuramente affermare che ad Atene ho riscoperto l’umanità. Non me ne sono accorta subito, ma gli avvenimenti di questi mesi mi hanno fatto riflettere sulla percezione stessa di equità.

Quando sono arrivata nella capitale ellenica, provenivo da tre anni vissuti in una città ordinatissima e benestante, più volte classificata come la più vivibile del mondo (e Vienna lo è davvero). Ad Atene, invece, nulla è scontato o dovuto. Per qualsiasi manifestazione che abbia luogo, infatti, si ha quasi la sensazione di respirare aria di rivoluzione. Camionette di poliziotti contornano perennemente le sedi del potere politico, ad indicare che la popolazione locale dovrà necessariamente utilizzare la lotta di piazza per farsi sentire.

In ogni caso, credo di trovarmi ad Atene nel momento di una presa di coscienza di massa. I risultati delle elezioni politiche dello scorso Gennaio, poi, non devono essere necessariamente considerati vis-à-vis con l’Europa. La sensazione che percepisco è che i greci si siano sentiti finora come dei partecipanti ad un banchetto di cui hanno assaporato solo briciole, se paragonate al sacrificio offerto. Si tratta a questo punto di riappropriarsi della propria dignità di un popolo che ho trovato estremamente sveglio, curioso e puntiglioso allo stesso tempo. Per me – che da europea ho viaggiato, studiato, e lavorato senza limiti – l’Europa equivale ad opportunità. E il risultato ellenico delle urne è, quindi, più europeo che mai.

Non sarà affatto semplice né rapido, ma il popolo ellenico ha preso coraggio e distanza dalla corrente tradizionalista, per riconquistare la propria stima e identità.

Io ad Atene mi sono sentita più europea che mai.

 

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About Karin Nardo

COLLABORATRICE | Classe 1987, con doppia cittadinanza italiana e slovacca. Ha lavorato per diverso tempo come analista in un'impresa multinazionale ad Atene dopo essersi laureata in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università degli Studi di Trieste ed aver conseguito un master in Advanced International Relations presso la Diplomatic Academy a Vienna, dove ha anche svolto dei tirocini presso diverse organizzazioni internazionali. Precedentemente Corrispondente dalla Grecia, da quando si è trasferita a Roma e successivamente a Budapest scrive su temi di geopolitica.

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