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Alla scoperta del ddl Cirinnà, tra luci ed ombre di un’Italia che cambia

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Dario Accolla (1973) è un attivista LGBT, scrittore ed insegnante

Chi è favorevole, chi meno. Chi si batte per il riconoscimento dei diritti e chi denunzia l’imminente perdita dei valori etici, sociali e culturali. Chi scende in piazza e chi dovrà esprimere il proprio voto tra i banchi del Parlamento. Tutti contro tutti, in un calderone ove un elemento emerge – innanzitutto – trionfante: l’ignoranza. La stessa che impedisce un’analisi oculata della materia, che crea delle fazioni, che lascia parlare a vanvera.

Occorre, quindi, fare chiarezza. E per questo ho deciso di intervistare Dario Accolla, noto attivista LGBT, scrittore ed insegnante. Ne approfitto per segnalarvi la sua ultima opera pubblicata, dal titolo Omofobia, bullismo e linguaggio giovanile.

 

D: Il ddl n. S. 14 – XVII Legislatura (conosciuto ai più come ddl Cirinnà) è stato presentato il 15 Marzo 2013, per poi approdare in aula al Senato della Repubblica il 14 Ottobre 2015. Un passo importante, considerando un viaggio antecedente lungo oltre un ventennio, costellato di tentativi mai andati in porto. Il disegno di legge si divide in due Titoli: Delle unioni civili e Della disciplina delle convivenze. Può spiegarci, nello specifico, che cosa prevedono?

R: Il cosiddetto ddl Cirinnà consta di due parti. La prima estende i diritti delle coppie sposate alle persone dello stesso sesso, la seconda parte tutela invece tutte le convivenze (eterosessuali ed omosessuali) con diritti minimi. Il Capo 1 è quello che più interessa alle persone LGBT perché fornisce garanzie di base sulle proprie unioni e, qualora dovessero passare le stepchild adoption (l’adozione della prole del/la partner), anche sui propri figli. Ci tengo inoltre a precisare che tale disegno di legge non equipara in tutto coppie sposate e coppie di persone dello stesso sesso, sia nella filosofia che anima la legge, sia per la mancata estensione su alcuni aspetti: il provvedimento, infatti, non prevede l’adozione e sembra nascere più per voglia di non estendere il matrimonio che per garantire diritti reali a gay e lesbiche.

 

Come funziona la stepchild adoption – Fonte Ansa.it

D: Nonostante i moniti della Corte Costituzionale (sent. n. 138/2010 e sent. n. 170/2014), della Corte di Cassazione (sent. n. 23725 del 16 Settembre 2008) e della Corte EDU (sent. del 21 Luglio 2015, CEDU, Sez. IV) rivolti al legislatore, per un adeguamento del nostro Paese agli standard internazionali e per il riconoscimento delle coppie dello stesso sesso, i paletti sembrano ancora tanti. Tra cui la già citata stepchild adoption e, ancora, l’art. 29 della nostra carta costituzionale. Secondo lei, una coppia omosessuale può definirsi una famiglia?

R: Famiglia è una parola che deriva da famel, termine italico che significa casa. Nel corso dei secoli, la realtà che descrive è mutata radicalmente: dalle forme allargate a quelle nucleari, passando dall’indissolubilità del matrimonio fino a realizzazioni nuove, poi accettate dalla società (si pensi alle famiglie ricomposte). Lo stesso concetto di famiglia come luogo di affetti è abbastanza recente, se pensiamo alla storia dell’umanità. Adesso, se io e il mio compagno viviamo nella stessa casa, condividiamo sentimenti e un progetto di vita, se contribuiamo al progresso sociale con il nostro lavoro e pagando le tasse, se siamo delle persone perbene, in buona sostanza, e avendo sempre presente la mutevolezza delle strutture sociali, perché non dovremmo essere considerati una famiglia? Forse perché per secoli ci si è abituati a vedere quella parola legata alla riproduzione e alla componente eterosessuale della società. Ma, come premesso, le strutture sociali cambiano e si adeguano ai mutamenti della società che le produce. Il problema è semplice, nella sua formulazione: gay e lesbiche esistono, e richiedono il riconoscimento della propria vita familiare. Nel resto del mondo civile questo processo è in atto da decenni e si sta concretizzando sempre di più nell’estensione del matrimonio egualitario. I Paesi in cui ciò è avvenuto, non hanno registrato nessuna catastrofe paventata da chi era contrario all’approvazione dei diritti delle persone LGBT. Già questo, da solo, dovrebbe farci capire il ritardo culturale – ed anche etico, se vogliamo – in cui si trova impantanato il nostro Paese. Sull’articolo 29, ancora, ricordo una cosa molto semplice: non dice da nessuna parte che il matrimonio debba essere obbligatoriamente tra un uomo e una donna. Non vieta, in altre parole, che due gay o due lesbiche possano sposarsi un giorno. Riguardo le stepchild adoption, il discorso si fa complesso, pur partendo da un assunto molto semplice: gay e lesbiche si sono scoperti capaci di doti genitoriali. Un gay può essere padre perché ha un figlio da una relazione precedente o una lesbica perché è ragazza madre. La casistica può essere anche più ampia: ad esempio, alcune persone vanno all’estero per ricorrere alla GPA o all’inseminazione artificiale. In ogni caso, dentro una famiglia genitoriale, quei bambini vengono cresciuti da entrambi i genitori dello stesso sesso. Il minore, in pratica, cresce riconoscendo i due papà o le due mamme come genitori a tutti gli effetti. Se venisse a mancare il genitore biologico, quello putativo non avrebbe nessun diritto sul bambino che ha cresciuto. Vogliamo davvero predeterminare questo rischio, non riconoscendo l’adozione del figliastro? Faccio notare, infine, che tale prerogativa è già in essere per le coppie eterosessuali. Negarlo a gay e lesbiche rappresenterebbe, quindi, una vera e propria discriminazione.

 

D: Sembra invece che gli artt. 2 e 3 Cost. vadano incontro al disegno di legge e ai suoi intenti. E’ così?

R: Il ddl Cirinnà si lega all’articolo 2, ma la sua formulazione lascia perplessi non pochi giuristi. Rete Lenford, ad esempio, non ha apprezzato il fatto di rinominare le famiglie gay e lesbiche come <<formazioni sociali specifiche>>. L’articolo 3, inoltre, ricorda che siamo tutti/e uguali di fronte alla legge, ma c’è volontà di rendere tutti uguali se partiamo dal presupposto di creare un istituto per gay ben distinto dal matrimonio, riservato solo per gli eterosessuali? Secondo me ha ragione chi parla di legge-ghetto. Poi, purtroppo, è anche vero che siamo costretti a difendere questo ddl…

 

D: Una domanda che molti si pongono: questa legge prevede la gestazione per altri (GPA), il cosiddetto utero in affitto? E quante coppie eterosessuali – sterili – si recano già all’estero per praticarla?

R: La legge non prevede la gestazione per altri (volgarmente chiamata come utero in affitto). Se la stepchild adoption verrà approvata, non ci saranno emigrazioni di massa all’estero per comprare o fabbricare figli, come paventa qualcuno. E se la stepchild non venisse approvata, ciò non impedirà a chi vorrà farlo di andare in Canada o negli USA per accedere alla GPA. Per questioni meramente numeriche, sono più le coppie eterosessuali che vi ricorrono che quelle gay. Bisogna, poi, fare un’ulteriore distinzione: nei Paesi in cui la GPA è aperta alle persone omosessuali, i diritti della donna sono garantiti. Laddove essere gay è reato o dove le costituzioni vietano il matrimonio per persone dello stesso sesso, invece, vi è sfruttamento. Si pensi all’India, per fare un solo esempio.

 

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La scritta pro “Family Day” apparsa sul Grattacielo Pirelli, sede del Consiglio regionale della Lombardia – Milano

 

D: Dunque – dopo quanto affermato finora – il ddl Cirinnà non prevede i matrimoni gay, né le GPA e tanto meno le adozioni: ma allora dov’è il problema? E che cosa difendevano realmente le persone che lo scorso 30 Gennaio si sono recate al Circo Massimo per il Family Day?

R: Rispondo con una battuta, letta su Twitter: <<Al Circo Massimo ha sfilato il massimo del circo>>. Stiamo parlando di invasati religiosi, fermi a una lettura biblica dell’omosessualità. E di persone che hanno capito che cavalcare certe battaglie dà visibilità e notorietà in TV. Basti pensare alle comparsate nei talk-show di gente la cui carriera politica era definitivamente al tramonto.

 

D: Una settimana prima, invece, un numero impressionante (stavolta per davvero) di cittadini ha occupato le maggiori piazze italiane, in antitesi alle idee del Family Day. Stiamo parlando dell’evento ribattezzato #SvegliatItalia. E’ lecito considerare quella giornata come un momento storico per il nostro Paese? E quanto, l’attuale disegno di legge, soddisfa le loro richieste?

R: Momenti siffatti in Italia, nella storia del movimento LGBT, ce ne sono stati altri. Pensiamo al WorldPride del 2000, che ha dimostrato al nostro Paese che anche qui esistono gay, lesbiche, trans etc. Il problema non è tanto dimostrare che esistiamo, ma riuscire a fare corpo comune per chiedere alla politica il riconoscimento dei nostri diritti. E noi, come comunità, non abbiamo ancora maturato un’esperienza vincente in tal senso. Il ddl Cirinnà, a tale proposito, soddisfa i fautori del “poco e tardi”, a dispetto di chi vuole la piena uguaglianza. Appartengo a un gruppo di persone LGBT che sostiene la piena parità. Lotto in nome di questo ideale da quando avevo venticinque anni (ora ne ho quarantadue). Per i gay che si accontentano, io sono uno di quelli che vuole tutto e subito.

 

D: Passiamo al ventaglio politico: chi la voterà in Parlamento? E soprattutto, quale parte del ddl rischia di saltare?

R: Pare che i numeri ci siano, lo sostiene il Corriere della Sera. centottantuno contro centoquaranta. Nonostante Beppe Grillo, il MoVimento 5 Stelle dovrebbe votare sì in larghissima maggioranza. Nel Partito Democratico, invece, ben trenta senatori sono contrari alle stepchild adoption, che poi è la parte più fragile di tutta la legge. Credo che Grillo abbia fatto un errore colossale a lasciare libertà di coscienza. Non si gioca di strategia politica sulla pelle di milioni di persone e d’altra parte, il PD non sembra capace di difendere anche da se stesso un provvedimento fatto per trovare una mediazione con quella parte del Paese che non vuole la piena equiparazione tra persone LGBT ed eterosessuali. Credo, in buona sostanza, che se la legge passa sarà merito dei singoli senatori e deputati che la voteranno, proprio in nome della libertà di coscienza. Se venisse bocciata, le responsabilità maggiori ricadranno nello stesso PD. In tutto questo, poi, vi è l’ostruzionismo dei cattolici e delle destre. Ma qui stiamo parlando del lato più becero ed imbarazzante del nostro arco parlamentare.

 

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Il tweet imputato di Roberto Formigoni (1947), attualmente senatore del Nuovo Centrodestra. Ha ricoperto il ruolo di Presidente della Regione Lombardia, dal 1995 al 2013

D: A proposito di uscite becere ed imbarazzanti, vorrei mostrarle un tweet che si commenta da sé. Ciononostante, le chiedo: cosa si sentirebbe di dire ai tanti Formigoni, Gasparri, Giovanardi?

R: Temo che Roberto Formigoni sia una persona profondamente infelice e, per certi versi, largamente irrisolta. Ma questo non lo giustifica dall’essere così imbarazzante, per se stesso prima di ogni altra cosa. Maurizio Gasparri e Carlo Giovanardi? Folklore parlamentare, anche un po’ grottesco se vogliamo. Non saprei definirli altrimenti.

 

D: In Italia, si sa, l’influenza del Vaticano gioca un ruolo importante. Quanto siamo distanti da un processo di laicizzazione della politica e quanto l’apertura di Papa Francesco agli omosessuali può innescare un cambiamento persino nella Curia romana?

R: Attenzione: Jorge Mario Bergoglio (chiamiamolo col suo nome vero) non ha mai aperto alle persone omosessuali. Si è limitato a dire che lui non giudica e che sui gay è tutto scritto nel catechismo. E nel catechismo c’è scritto che l’omosessualità è un disturbo e un peccato. Se questa è apertura… Riguardo alla laicità del nostro Paese, semplicemente essa è più apparente che reale. Siamo una Nazione che ancora censura i baci gay in televisione Che espelle un concorrente dai reality se si lascia sfuggire una bestemmia. Poi però – sempre in TV – lasciamo scorrere immagini in cui giustifichiamo violenze, sessismo, sfruttamento del corpo della donna. Come se queste cose non fossero ben più gravi di un’imprecazione. Come se l’amore tra uomini fosse un insulto. La Chiesa ha grandi responsabilità nella creazione di un clima di diffidenza contro le persone LGBT. Un giorno sarà costretta a chiedere scusa, come ha fatto per molti altri errori in passato.

 

D: Considerando il periodo di crisi che stiamo attraversando, se ci pensiamo un attimo una protesta di questo tipo appare assurda ed insensata, su un tema che riguarda i diritti dei singoli individui. Lei come si spiega tale fenomeno? E’ tutta colpa dei mass-media? O forse c’è un sentimento più latente, insito nell’animo degli italiani?

R: E’ confortante, per le masse acritiche, avere qualcuno da odiare. Se ci si fa caso, negli ultimi anni le minoranze sono state al centro di una rappresentazione collettiva – politica e mediatica – che le ha descritte come portatrici di disordine sociale: si pensi non soltanto alle persone LGBT, ma anche a rom ed immigrati. I media, poi, enfatizzano. E questo è un problema specifico del nostro Paese: TV e web non informano, ma seguono la pancia dei cittadini, per fare ascolti, per accumulare visualizzazioni. Questo atteggiamento è, per quel che mi riguarda, intellettualmente disonesto. Oltre che pericoloso.

 

D: Un ultima domanda. Alla luce di quanto dichiarato finora, ritiene che l’Italia sia pronta ad un salto qualitativo a favore della tolleranza e dell’accettazione delle altrui diversità? E soprattutto, il nostro potrà mai diventare un Paese per gay?

R: L’Italia è un Paese complesso, come ogni democrazia occidentale. C’è un largo movimento d’opinione che possiamo definire gay-friendly e settori, ancora troppo ampi, di persone che nutrono sentimenti omofobi. Ci tengo a precisare una cosa in cui credo molto, a questo proposito: la giustezza di una rivendicazione o di una lotta politica non si misura in base ai numeri che porta con sé. Un tempo, a favore del voto delle donne si era veramente in pochi. Ciò ci permette di dire che era una richiesta sbagliata, solo perché la maggioranza era contraria? Di contro, quanto erano oceaniche le masse che inneggiavano ai peggiori dittatori del Novecento? Era giusto il loro entusiasmo? Detto questo, io credo che l’Italia non debba diventare un Paese per gay ma un posto che riconosce i diritti di tutti e di tutte, persone LGBT incluse. È questo che fa la differenza tra una democrazia compiuta e una Nazione che permette discriminazioni al suo interno.

 

 

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