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“Alla Ricerca di Dory”: la recensione

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Andrew Stanton (50) lavora con i Pixar Animation Studios dal 1995. Ha inoltre diretto il kolossal Disney "John Carter".
Andrew Stanton (1965) lavora con i Pixar Animation Studios dal 1995. Ha inoltre diretto il kolossal Disney “John Carter” (2012)

Capita a tutti di finire improvvisamente le idee. Non è un dramma, succede anche ai migliori. Prendiamo Andrew Stanton ad esempio, una delle punte di diamante dei Pixar Animation Studios (sceneggiatore – tra gli altri – dei tre capitoli di Toy Story, regista di A Bug’s Life, Alla Ricerca di Nemo e WALL-E). Dopo più di venti anni di onorato lavoro per la casa di John Lasseter sarebbe come minimo comprensibile un periodo di flessione creativa. Ma è il modo in cui questa flessione è stata gestita ad essere, almeno al primo impatto, stupefacente.

Partiamo dall’idea di base: produrre un sequel di Alla Ricerca di Nemo. Idea risalente (almeno nella propria forma primordiale) addirittura al 2005, in un periodo in cui i già complicati rapporti tra Pixar e Walt Disney Pictures si attestavano ai minimi storici.

I cervelloni di Emeryville hanno già dimostrato di saper gestire con diverse soluzioni la forma-sequel. Negli anni abbiamo assistito al classico more-of-the-same infarcito di citazioni (Toy Story 2), al progressista e sorprendente ampliamento del racconto (Toy Story 3) e al radicale cambio di genere (Cars 2, Monsters University). Quale la strada migliore per dare nuova vita ai personaggi oceanici di Finding Nemo? La risposta è stata banale e ardita al tempo stesso. Finding Dory prosegue letteralmente la storia del primo lungometraggio, operando una congiunzione-flashback (ricordiamo che sono trascorsi ben tredici anni) che poteva da subito abbattere a colpi di cannone l’intera struttura. E invece funziona. Stranamente funziona.

Un anno dopo il ritorno di Nemo e Marlin alla barriera corallina, Dory è preda di un’improvvisa saudade, mentre immagini della famiglia perduta rimbalzano nel suo cervello già compromesso. Il nucleo tematico è nuovamente costituito dalla casa, dalla famiglia come bolla (in tutti i sensi, vista l’ambientazione) all’interno della quale rifugiarsi ed essere compresi. Al concetto del ritorno si accompagna stavolta quello della memoria: Dory soffre di amnesia globale transitoria, le briciole che lascia lungo il suo percorso finiscono puntualmente spazzate via dalla corrente marina.

Questa materia potenzialmente drammatica è sviluppata da Andrew Stanton nella maniera più elementare (meno nolaniana, meno gondryana) possibile. Saranno gli oggetti e i soggetti che Dory incontrerà durante la sua ricerca a far riaffiorare lentamente i ricordi: una conchiglia, un gruppo di pesci già incontrato in passato, o più astrattamente un sintagma percepito durante l’infanzia.

Il polpo rosso Hank, doppiato in originale da Ed O'Neill, è uno dei nuovi personaggi introdotti in "Finding Dory"
Il polpo rosso Hank, doppiato in originale da Ed O’Neill, è uno dei nuovi personaggi introdotti in “Finding Dory” (2016)

Alla Pixar dimostrano per l’ennesima volta la propria maestria nel trattare argomenti psicologici di fatto “intrattabili” in un blockbuster d’animazione (Inside Out è stato l’esempio più alto del lavoro svolto in questa direzione). Le analessi, pur frequenti, non soffrono mai di quella infantile ridondanza che tanto spaventa lo spettatore adulto.

Il risultato è figlio di un lavoro coordinato e di una conoscenza reciproca fuori dalla norma tra animatori e sceneggiatori, tra il braccio e la mente. Chi va a creare le espressioni (pseudo)facciali dei personaggi sa perfettamente cosa lascia intendere la carta stampata. Per questo la piccola Dory, dalle pupille di dimensioni abnormi, non rischia neanche per un secondo di produrre l’effetto-Gatto con gli stivali. La bocca incurvata della protagonista (che lascia affacciare l’irresistibile dentone), così come le rughe paterne di Marlin o lo sguardo disilluso di Hank il polpo sono in grado di suscitare una sincera, concreta commozione. Il voler lavorare con i personaggi in CGI con lo stesso approccio usato con attori in carne ed ossa allontana le opere Pixar (da Ratatouille in poi, ma il picco dell’efficacia si è avuto con Brave) sempre di più dal cartoonesco in senso stretto.

Con queste premesse si può affrontare a cuor leggero anche una fisiologica sindrome da foglio bianco. La stessa che spinge Stanton e compagni a ideare una storia meno ricca di personaggi (e con pochi volti nuovi degni di nota), senza un villain vero e proprio (non che ciò abbia mai rappresentato un problema) e con una struttura narrativa analoga non solo al primo episodio, ma di fatto anche all’intera saga di Toy Story. A perdere valore, in questa ripetuta avventura di “ricerca”, è il piccolo Nemo: per tutta la durata del film non si capisce davvero cosa ci stia a fare lì in mezzo, se non per aumentare la difficoltà dell’impresa e titillare ulteriormente le coronarie al padre.

E se la trama non fa che procedere per reiterazioni (personaggio in difficoltà-salvataggio-personaggio in difficoltà) all’interno del colorato Marine Life Institute c’è sempre spazio per due o tre scelte di classe mondiale. In rapida successione: la voce di Sigourney Weaver, il meraviglioso dipinto dell’Open Ocean, la sequenza della “touch pool”. Soprattutto quest’ultima: il talento nel rendere terrificanti degli oggetti di vita umana quotidiana è ormai uno dei marchi di fabbrica di questi ragazzi (qualcuno ha detto “l’Artiglio”?).

E allora va bene, già che ci siamo perdoniamogli anche quel finale fracassone in stile Madagascar, che se non avessimo appena smesso di lacrimare proprio non lo avremmo sopportato.

Perché, la volete sapere una cosa? Probabilmente Alla Ricerca di Dory presenta almeno un’altra dozzina di difetti macroscopici che gli farebbero guadagnare il marchio di “peggior tassello Pixar di sempre”… ma in questo momento proprio non riusciamo a ricordarli.

 

 


 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Nato a Siena il 15 Giugno del 1991, studia presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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