A Red Shirt Guard on duty at the Anti-Government Red Shirt protests in Bangkok, Thailand, March 2010

“A Kingdom in Crisis”: dialogo con Andrew MacGregor Marshall

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“A Kingdom in Crisis” (2014), dello scrittore e giornalista scozzese Andrew MacGregor Marshall

Quando si riflette sulla natura della società contemporanea, i concetti che più comunemente saltano in mente sono la libertà, l’emancipazione, il pluralismo. In definitiva, qualità sociali; nella peggiore delle ipotesi difettose e da implementare, ma pur sempre pregi ubiquitari dai quali pare impossibile prescindere. Quando si pensa a saggi o libri di carattere politico, lo scenario peggiore appare quello di querele, critiche, attacchi frontali o improperi. Difficilmente si presagisce un futuro composto da condanne trasversali, proibizioni, censure. A maggior ragione nell’epoca di internet, laddove qualsiasi informazione che si cerca di tacere od omettere può essere facilmente scovata sul web – ad ogni ora, da ogni luogo. Nonostante ciò sono molti i Paesi a noi distanti – Paesi di cui ben poco si conosce se non l’immagine continuativamente trasmessa dai veicoli di informazione appositamente cuciti per gli interessi del pubblico occidentale – la cui realtà ci sfugge totalmente, e la cui vera natura ci sorprende in quanto espressione, nel nostro immaginario, astorica.

In Fahrenheit 451, Ray Bradbury immaginava una società in cui il ruolo dei pompieri non era quello di spegnere gli incendi, bensì di alimentarli in zone ben circoscritte: laddove vi si trovavano libri. Orwell, in 1984, presagiva la società della manipolazione e del controllo diuturno. Distopie gabellate – nell’immaginario collettivo – per voli pindarici. Ma in Thaliandia, nel ventunesimo secolo, gli studenti vengono arrestati perché, in segno di protesta, imitano il saluto riottoso delle tre dita del film Hunger Games, o perché leggono 1984 in spazi pubblici; le riunioni a fini politici con più di cinque partecipanti vengono proibite – e quando tali partecipanti decidono di incontrarsi semplicemente per mangiare un panino assieme, il Governo dichiara che chiunque scovato a mangiare panini “con fini politici” verrà arrestato; un giornalista pubblica un libro sul sottobosco di un Governo oligarchico e cleptocratico e sui segreti della monarchia e viene condannato per lesa maestà e istigazione alla rivolta, rischiando così fino a quindici anni di carcere (e, potenzialmente, la pena di morte). Apparente distopia che si fa realtà – e che trova la sua via di espressione fattuale in Thailandia.

Quando nel 2011 scoppia il caso Wikileaks, il giornalista britannico Andrew MacGregor Marshall riesce ad avere accesso a centinaia di cablogrammi segreti. Basandosi sulle rivelazioni in essi contenuti, tra il 2011 e il 2014 pubblica prima vari articoli online e poi un libro, A Kingdom in Crisis, che ripercorre la storia recente thailandese e postula una nuova tesi sulla scenario di grave instabilità politica che attraversa Bangkok. Le conseguenze non si fanno attendere: prima le condanne, poi il libro bandito dal suolo thailandese, quindi l’esilio. Da allora, dopo aver dovuto abbandonare Reuters perché l’organizzazione giornalistica temeva per l’incolumità dei suoi duemila dipendenti in caso si pubblicazione di informazioni così sensibili, Marshall lavora da freelance – soprattutto, continua ad investigare la politica thailandese. Lo incontro a Edimburgo, dove al momento risiede.

 

D: Marshall, dopo diciassette anni di carriera a Reuters ha dovuto rassegnare le dimissioni per poter diffondere le verità  taciute sulla situazione politica in Thailandia. Perché e qual è il significato della decisione di Reuters?

R: Il problema principale risiede nell’ipocrisia: Reuters dichiara sua la filosofia dei “principi della fiducia”, attraverso cui millanta virtù superiori alle altre organizzazioni giornalistiche in quanto sempre pronta a combattere per la verità. Quando ho avuto tra le mani i cablogrammi sulla Thailandia ho combattuto quotidianamente perché venissero pubblicati, ma nel corso del tempo ho capito che anche Reuters – parzialmente – si autocensura. Se non puoi raccontare la verità – e la decisione di Reuters, per la sicurezza dei suoi dipendenti, da un certo punto di vista può essere compresa – devi perlomeno avvisare i tuoi lettori di questa proibizione. Ecco, Reuters non lo ha fatto: ha finto di non avere in mano alcuna informazione. Non solo non ha rivelato la verità, ma non ha rivelato la il fatto che non potevano rivelare la verità.

 

12512775_1005180546224118_1570024348333207058_nD: Prima di pubblicare A Kingdom in Crisis lei ha pubblicato vari articoli online. Uno di questi, Thailand’s Saddest Secret, tenta di scoperchiare le macchinazioni dietro la morte di Re Rama VIII, avvenuta in circostanze misteriose nel 1946.

R: La morte di Re Rama VIII è uno dei più grandi misteri del ventunesimo secolo – volontariamente mantenuto come tale. Ma è un segreto accessibile, in quanto tra la vecchia generazione thailandese la verità sull’accaduto è nota, o quantomeno è intuita. Dai cablogrammi e dagli archivi sappiamo che non si è trattato di un suicidio e nemmeno di un omicidio volontario; bensì, Re Rama IX (l’attuale Re, fratello di Rama VIII, n.d.r.) ha con ogni probabilità accidentalmente ucciso il fratello. Tra i membri della famiglia reale è un dato assodato, e da allora si è voluta coprire la verità.

 

D: Nel suo libro descrive un paese dai risvolti fortemente distopici: sistematica distruzione della verità, propaganda pervasiva, riscrittura della storia perché le figure monarchiche vengano imbellettate. Nel ventunesimo secolo come è stato possibile tutto ciò?

R: La ragione principale è che la monarchia e la giunta militare hanno sempre utilizzato il concetto di nazionalismo per nascondere la verità: la loro narrazione è che se qualcuno critica il potere, allora è contro la Thailandia. Per di più la storia è sistematicamente riscritta; i bambini, a scuola, studiano su testi infarciti di menzogne propagandistiche. Ciò ha comportato che il popolo è stato condizionato a percepire qualsiasi critica rivolta alla monarchia come offesa personale. La Thailandia, come molti altri paese, ha una classe dirigente fortemente corrotta – dunque la popolazione si è allontanata dalla politica. Ma, contemporaneamente, c’è la necessità di sperare e credere in qualcosa; qui si inserisce la monarchia. Il popolo Thailandese è portato a credere, e intrinsecamente vuole credere, che la famiglia reale sia al di sopra della corruzione e di ogni qualsiasi dubbio – la monarchia è, in fin dei conti, considerata come una religione: non si contesta, è un credo.

 

D: Credo che è stato fomentato e cementato anche da forze occidentali. Dagli Stati Uniti, per esempio.

R: Quando, negli anni sessanta e settanta, gli Stati Uniti combattevano il comunismo nel sud-est asiatico, capirono che incoraggiare il ruolo della monarchia thailandese sarebbe stato estremamente vantaggioso per i loro scopi. Quindi diressero molte energie verso questa finalità, cosicché giocarono un ruolo di primo piano nell’idealizzazione della monarchia, dipinta come una forza realmente preoccupata per il destino e le condizioni del suo popolo e al di sopra di ogni scandalo e difetto.

 

D: Visione che è stata smentita dalla realtà.

R: Una delle ragioni per cui ho scritto questo libro è per sfatare questo mito: la storia insegna che la monarchia è sempre stata presente ovunque – rapace, assassina, individualista, volta ad aumentare il proprio potere e le proprie ricchezze a discapito del popolo.

 

D: La monarchia, e ciò che attorno ad essa ruota, è il fulcro della tesi del suo libro: l’odierna instabilità politica della Thailandia è, prima di tutto, dovuta a un conflitto interno sulla successione di Re Bhumibol (Re Rama IX).

R: Bhumibol è una figura tragica. Il suo regno è iniziato nel 1946 con una menzogna – l’uccisione accidentale di Re Rama VIII, suo fratello – e termina con l’ennesimo conflitto gerarchico. Ma Bhumibol rappresenta esattamente ciò che l’oligarchia thailandese ha sempre voluto: un Re debole, facile da manipolare. Oggigiorno lo scenario politico può essere spiegato solamente attraverso questo conflitto silenzioso: da una parte l’ex primo ministro Thaksin alleato con l’erede al trono – il Principe Vajiralongkorn – e dall’altra l’oligarchia che vuole impedire che il principe succeda al padre.

 

D: Perché?

R: Vajiralongkorn è una mina vagante. L’oligarchia necessita di un Re addomesticabile attraverso cui preservare lo status quo.

 

D: In questo scenario di lotta di potere si inserisce la richiesta di democrazia del popolo thailandese.

R: Il sistema di menzogne e credo fideistico si è autoperpetuato. Ma nel ventunesimo secolo tutto ciò non è più possibile; le nuove generazioni possono andare online a conoscere la verità, e milioni di persone lo stanno facendo. Il popolo thailandese sta scoprendo una nuova identità e le cose sono destinate a cambiare. Per questa ragione la giunta militare sta tentando di introdurre delle politiche di monitoraggio del web.

 

D: Crede che potrà mai ritornare in Thailandia?

R: Il richiamo per la democrazia si sta propagando. Quando questo seme germoglierà, allora potrò tonare. È difficile dire quando, ma credo che prima o poi accadrà.

 

 

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About Silvio Grocchetti

COLLABORATORE | Classe 1991, genovese. Studia Giornalismo ad Edimburgo, dove tenta di sviscerare la natura di un nazionalismo dai connotati puramente romantici. Lettore accanito, anela la scoperta di Macondo e tenta, con risultati contrastanti, di perseguire la massima di Immanuel Kant: "Non cercare il favore della moltitudine: raramente esso si ottiene con mezzi leciti e onesti. Cerca piuttosto l'approvazione dei pochi; ma non contare le voci, soppesale".

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