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“Yes!”: la commovente parabola di Bryan Danielson

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Bryan Lloyd Danielson, meglio conosciuto con il ring name di Daniel Bryan (1981), è un ex wrestler statunitense

American Dragon era il nome di una serie di cartoni animati targata Walt Disney, intorno alla metà degli anni 2000: il protagonista era Jake Long, un ragazzino statunitense di origini cinesi che aveva il potere di trasformarsi in un dragone. Se ora dovessimo effettuare un sondaggio a livello planetario chiedendo chi sia l’American Dragon, il maggior numero di risposte riguarderebbe senza ombra di dubbio Bryan Danielson, un ometto con una lunga barba ramata da Aberdeen (Washington), che a stento raggiunge i 175 cm e gli 80 kg ma che ha sradicato all’immaginario collettivo – senza alcun dubbio – il cartone Disney, diventando legittimamente il vero dragone americano.

Lunedì 8 Febbraio 2016 Bryan ha dato l’addio alla disciplina che l’ha reso noto in tutto il mondo: il wrestling. Il dragone si ritira nel suo antro a soli trentaquattro anni, metà dei quali passati sui ring di tutto il mondo, a praticare e cambiare per sempre lo sport-spettacolo. A guardarlo parrebbe un ragazzino qualunque, figlio di un taglialegna e una terapeuta che divorziano quando lui era ancora piccolo, appassionato di football americano (sport che praticherà all’Aberdeen-Weatherwax High School) e super tifoso dei Seattle Seahawks. Bryan, però, ha una passione insana per il wrestling e un fuoco dentro che si incontrano raramente anche nelle romanzesche storie dello sport statunitense. Decide così di investire per costruirsi una carriera nel wrestling: ancora liceale, pratica la disciplina debuttando come The Dagger Bryan Danielson nella BCW (Backyard Championship Wrestling), procurandosi nei primissimi mesi già diverse commozioni cerebrali e a soli diciotto anni, una volta terminata l’High School, invia la quota necessaria per l’iscrizione alla scuola di wrestling di un grande lottatore di quegli anni, Dean Malenko. La dea bendata non sarà mai una compagna di viaggio fidata per il piccolo Daniel, che vede la scuola di Malenko fallire immediatamente dopo la sua richiesta d’iscrizione, non potendo più chiedere il riscatto della quota versata. Chiunque l’avrebbe preso come un segnale del fato, come il sintomo che quella non sarebbe stata la strada giusta: non Bryan.

Non tutti i mali vengono per nuocere, però. Così Danielson – dotato della sua pervicace ostinazione – si iscrive alla Texas Wrestling Academy, gestita dal fenomenale Shawn Michaels, unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi performer della storia della disciplina. Bryan impara velocemente, ha talento da vendere, e se ne accorge la federazione più grande del mondo, la WWE (World Wrestling Federation), che lo mette sotto contratto di sviluppo e lo assegna ad una delle proprie federazioni satellite, la MCW (Memphis Championship Wrestling) con l’obiettivo di farlo crescere tecnicamente e, soprattutto, fisicamente. In Tennessee incontra uno dei suoi mentori, William Regal, esperto lottatore britannico che con lui condivide una carriera iniziata quando era ancora un teenager. L’inglese lo prende sotto la propria ala: vede qualcosa in Danielson, ne riconosce il talento cristallino, ne apprezza l’etica del lavoro. Anche quando la sorte lo abbandona nuovamente – la MCW viene infatti sciolta e Bryan rilasciato – la WWE conserva un particolare occhio di riguardo verso quel ragazzino, facendogli fare delle sporadiche apparizioni in brevi match nei propri show secondari (Heat e Velocity). In uno di questi sfiderà un giovane ma lanciatissimo John Cena, uno dei wrestler più rappresentativi della storia, che tornerà più volte all’interno di questa storia.

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WWE – logo ufficiale

La WWE lo aveva lasciato andare, ma se passi tutto quel tempo sotto la lente d’ingrandimento della miglior federazione della storia della disciplina, di stoffa ne devi avere. E la tua considerazione agli occhi del mondo cambia: diventa così un free agent appetibile per tutte le federazioni indipendenti. Danielson porta dunque i propri talenti nella neonata Ring of Honor. A questo punto termina la storia di Bryan Danielson, il ragazzino testardo che lottava nei parcheggi delle stazioni di servizio, e si apre il libro dell’American Dragon, la parabola più folgorante della storia dello sport spettacolo. In ROH comincerà a ridefinire il concetto di “federazione indipendente”, portando con la qualità del proprio lottato a un livello inarrivabile, tanto da esserne considerato uno dei padri fondatori: dà spettacolo, ha un bagaglio di manovre infinito, una resistenza da decatleta, una tecnica che sembra reincarnare sul ring l’ingegno di Leonardo da Vinci e poi quella voglia, quella fame che lo avrebbero portato a gettarsi nel fuoco pur di riuscire a fare al meglio il proprio sport e onorare al meglio la propria passione. Bryan, poi, si dimostra uno scienziato della propria disciplina quando si avventura in Giappone, nella Pro Wrestling Noah, sulle orme del proprio mito Mitsuharu Misawa (uno dei wrestler che hanno vestito i panni di Tiger Mask, gimmick ispirata al manga L’Uomo Tigre) ad apprendere e a mescolare il proprio stile con la cultura nipponica. Gli otto anni indy per Bryan sono un tripudio a livello di riconoscimenti individuali, ma soprattutto a livello di formazione personale: vince titoli in quasi tutte le principali federazioni indipendenti del mondo. E’ un piccolo fenomeno planetario prima ancora che il main stream si accorga di lui: usa come theme song The Final Countdown degli Europe, e al suo ingresso si ferma a cantare il ritornello con i tifosi, che sono già pazzi di lui.

In quegli anni, si fa anche la reputazione di essere un lottatore stiff (molto duro nei colpi). Non a caso,i match con Chris Hero, Nigel McGuinness,KENTA e Austin Aries (con cui combatte, addirittura, un match di quasi 80 minuti) sono già esposti in degli immaginari musei del wrestling indy come dei capolavori assoluti. Duro nel ring, ma sensibile come pochi in quell’ambiente, aiuta le nuove leve delle federazioni indy, dimostrandosi un veterano molto prima di aver compiuto trent’anni. Se metti a ferro e fuoco in mondo come ha fatto il ragazzo di Aberdeen, la WWE ti vuol vedere da vicino. Lo richiama nel 2009, cambiando il tuo nome in Daniel Bryan e permettendogli di partecipare al reality show NXT, affiancato dal pro The Miz. Gli assegano un look del tutto privo di aspetti tipici, quasi volutamente insipido, che faccia risaltare la sua anima da vero lottatore ma che lo mostri come privo di carisma. La WWE si ricrederà in poco tempo. Il suo debutto ad NXT è di quelli che mettono i brividi: combatte il suo primo match contro l’allora campione del mondo dei pesi massimi Chris Jericho, un’icona assoluta del wrestling mondiale, con un fisico e dei trascorsi molto simili ai suoi: disputa un grande match ma perde. Perderà i successivi nove match, venendo eliminato dal reality show. Il 31 Maggio ottiene un match a Raw (lo show di punta della WWE) proprio contro The Miz che non l’aveva mai rispettato, sconfiggendolo. La settimana successiva il turning point della carriera dell’American Dragon: lui e partecipanti del reality fanno irruzione nel main event. Bryan, preso dalla foga del momento, sottomette il ring announcer Justin Roberts con la sua stessa cravatta, la WWE non può restare inerme: licenziato. William Regal gli consiglia di tenere un profilo basso e non lasciarsi andare in dichiarazioni oltremodo negative nei confronti della federazione, in quanto avrebbe potuto ottenere un’altra possibilità in futuro.

La seconda chance arriva tempestiva: dopo aver combattuto per due mesi nelle sue amate federazioni indipendenti, Bryan riappare in WWE la notte di Summerslam, schierandosi “tra i buoni” ed affrontando proprio i suoi ex compagni di Reality in un match 7 vs 7. Ora che l’American Dragon è saldamente in WWE, nessuno può più fermare la sua ascesa, in poco più di un anno vincerà prima il titolo degli Stati Uniti ancora una volta contro The Miz, poi il Money in the Bank Ladder Match, che gli offre una possibilità di sfidare il campione del mondo dei pesi massimi in ogni momento, possibilità che sfrutterà a TLC 2011. Il ragazzino “insipido” che usa la Cavalcata delle Valchirie come musica di ingresso è campione del mondo. Festeggiando comincia ad esultare gridando numerose volte <<Yes!>>: è l’inizio del coro che lo renderà un fenomeno planetario.

E’ un periodo speciale per Bryan che, fuori dal ring, comincia a frequentare la bellissima Brianna Garcia (Brie Bella). Al periodo di frequentazione con Brie risale un divertente aneddoto che vede fare irruzione Ted Di Biase e Sheamus, molto amici del ragazzo di Aberdeen, nella camera in cui la ragazza e Danielson si erano appartati, mandando su tutte le furie Bryan che, a detta degli amici, non era mai stato così furioso. Perde il titolo il 18 secondi a Wrestlemania 28 proprio contro Sheamus, e poco importa che ora gli Yes siano diventati No, si faccia vanto del proprio essere vegano, si sia fatto crescere la barba in modo smisurato, tanto da essere chiamato the goat (trad: la capra) e si atteggi da Heel, ha fatto presa col pubblico, interagisce continuamente con i tifosi, è un intrattenitore nato.

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Le due coppie: John Cena e Nikki, Daniel Bryan e Brie Bella

Il 2012 è l’anno dell’alleanza con Kane, col quale vince il titolo di campioni di coppia e forma uno dei tag team più divertenti della storia del wrestling, restando sulla cresta dell’onda e preparando il mondo alla sua scalata. Durante un’intervista dichiarerà che vorrebbe essere chiamato the dazzler (trad: la saetta) piuttosto che the goat, ma nell’immaginario collettivo la parola goat associata al suo nome diventa G.O.A.T, acronimo americano per <<Greatest of all times>>. Il 2013 è l’anno della svolta, quello in cui la scalata verso l’Olimpo del wrestling è quasi completata: John Cena (nel frattempo divenuto suo cognato in quanto fidanzato con la gemella della sua ragazza) seleziona un Bryan ormai tifatissimo come proprio avversario per il titolo massimo WWE a Summerslam. Al termine di uno dei migliori match dell’ultimo lustro WWE, Daniel Bryan si laurea campione, salvo perdere l’alloro la stessa sera per mano di Randy Orton che incassa il suo Money in The Bank con l’aiuto dell’arbitro speciale Triple H. Questo avvenimento scatena la rivalità più bella degli ultimi anni: la sfida tra Daniel Bryan, il ragazzino brutto e poco curato, contro l’Authority che non gli permette di arrivare al suo meritato successo. Nel corso della rivalità tornerà campione per una notte sconfiggendo Randy Orton salvo venir spogliato del titolo dall’Authority stessa.

 

 

Ma il fenomeno Yes Movement è incontrollabile: durante la presentazione del match tra John Cena e Randy Orton, per l’unificazione dei titoli massimi, il pubblico della sua Seattle boicotta lo show intonando il suo nome per tutto il tempo, in tutte le arene di tutti gli sport americani c’è un enorme numero di fan che intona lo Yes Chant. La WWE non può fare a meno di notare che i fan lo vogliono campione, addirittura Bryan si rende protagonista di un segmento in cui lui e i seguaci dello “Yes Movement” occupano Raw,bloccando il regolare svolgimento dei match. A Wrestlemania XXX, poco dopo il suo matrimonio, vince contro Triple H in un bellissimo match che aveva come premio lo spot di partecipante alla sfida titolata tra Randy Orton e Batista. Come solo nelle favole più belle, Bryan vince esattamente nell’anno in cui i suoi Seattle Seahawks si laureano campioni nel Super Bowl. Bryan festeggia l’alloro con Connor Michalek, bimbo malato di medulloblastoma di cui era idolo assoluto. Per sua stessa ammissione, dopo due match in una serata sollevare i titoli del mondo è stata un’impresa non da poco, un’impresa con la quale ci ha regalato una favola moderna.

Questa, però, non è una favola e lo scopre nei successivi due mesi quando muoiono il piccolo Connor e suo padre, preludendo all’infortunio che lo spoglierà del titolo tanto duramente conquistato dopo appena sessantaquattro giorni. Chiuderà il 2014 ai box, nonostante ciò la prestigiosa rivista PWI (Pro Wrestling Illustrated) lo pone in cima alla lista dei suoi PWI 500 (i 500 migliori wrestler al mondo). Non sarà mai più lo stesso: tornerà fingendo il ritiro nell’ultima puntata del 2014, vincerà addirittura il titolo Intercontinentale a Wrestlemania XXXI, ma poi un altro infortunio, lo stop, il silenzio. Silenzio rotto ad inizio settimana, con l’annuncio più triste e doloroso: il drago ferito torna nella sua tana, si ritira. Ha sentito di avere dei problemi al cervello, con una piccola lesione nella regione temporo-parietale del suo cervello che avrebbe potuto portarlo ad attacchi epilettici. Così, esattamente nell’anno in cui annuncia il suo ritiro anche Marshawn Lynch, il feroce running back leader dei suoi Seahwks, si ritira il wrestler più tifato dai tempi di Stone Cold Steve Austin, la versione aggiornata e migliorata del sogno americano che tutti gli statunitensi vorrebbero vivere.

Lasciandoci un bagaglio di valori infinito e quegli Yes che tutti i fan del wrestling mondiale hanno cantato almeno una volta. Un taglialegna divenuto Re. Una favola scritta col sangue e il sudore.

 

 

 

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About Jacopo Gramegna

REDATTORE | Classe 1996, ex cestista ed ex Parlamentare Regionale dei Giovani in Puglia, diplomato al Liceo Classico. Attualmente è studente di Giurisprudenza d'Impresa presso l'Università degli Studi di Bari "Aldo Moro". Divoratore instancabile di film e studioso di tattica sportiva, nutre una passione viscerale per i racconti che gravitano attorno ai campi da gioco. Si diletta in uno storytelling che possa far convergere le sue numerose anime.

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