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“22.11.63”: fantasmi dal passato

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Stephen King merita senza dubbio la palma per l’autore più saccheggiato da Hollywood. Le opere dello scrittore di Portland sono state adattate, dal 1976 (Carrie-Lo Sguardo di Satana) ad oggi, circa una cinquantina di volte per il grande schermo e non meno di trenta per la tv. I dati, ennesima conferma del successo planetario dell’autore di It e Cujo, non devono però trarre in inganno. Le trasposizioni ricevute dal re del brivido, salvo sporadici casi, non sono mai riuscite a replicare la qualità creativa dei testi di partenza. Chi si è salvato? Sicuramente La Zona Morta di David Cronenberg, ma anche Le Ali della Libertà (tratto dal racconto Rita Hayworth e la redenzione di Shawshank, contenuto in Stagioni Diverse) e Il Miglio Verde, entrambi diretti da Frank Darabont. Il contributo maggiore tuttavia è stato offerto da Rob Reiner, regista di Stand By Me (tratto da Il Corpo, sempre in Stagioni Diverse) e soprattutto di Misery non deve morire, vero e proprio capolavoro del thriller anni ’90. Il resto della produzione kinghiana apparsa al cinema e nei serial televisivi galleggia tra disastri totali (Grano Rosso Sangue, L’Acchiappasogni) ed occasioni clamorosamente mancate (Cose Preziose, Under The Dome). Tralasciamo il discorso relativo allo Shining di Kubrick, che del romanzo originale possiede lo scheletro e poco più.

James Franco interpreta il protagonista Jake Epping
James Franco (37) può già contare collaborazioni con registi del calibro di Sam Raimi, Danny Boyle e Harmony Korine

Le ragioni alla base di un tale divario di giudizio, tra bestseller venduti in tutto il mondo e adattamenti degli stessi, sono essenzialmente due. La prima: checché se ne dica, il romanzare dello zio Steve può raramente essere inserito entro un genere ben preciso. La componente horror rappresenta soltanto una fetta del mosaico entro cui collocare i suoi libri. Così, è possibile dire che Pet Sematary non sia tanto una storia di zombie, quanto un dramma familiare. It, prima che una novella dello spavento, è un meraviglioso romanzo di formazione. Allo stesso modo, Mucchio d’Ossa rivela la sua natura di tragedia romantica, più che di ghost story. E così via. L’incapacità di traslare la complessità delle opere di King entro una cornice visiva (da sempre appiattita sull’elemento raccapricciante) è il motivo principe del flop di molte trasposizioni.

Seconda ragione: il generoso didascalismo dell’autore. Stephen King adora spiegare al Fedele Lettore, per filo e per segno, i particolari (fisici, oltre che mentali) dei propri intrecci. Approfondimenti psicologici dettagliati, descrizioni minuziose degli ambienti e dei piani d’azione dei personaggi: tutti ingranaggi di un perfetto meccanismo che ha prodotto più di una volta testi elefantiaci. Si prenda, come esempio, la lunga e angosciante sequenza del Lincoln Tunnel ne L’Ombra dello Scorpione. Se la precisione del soggetto è senza dubbio di ausilio allo sceneggiatore, un’eccessiva meticolosità mal si adatta ai limiti fisiologici di un lungometraggio (o di un singolo episodio da tre quarti d’ora).

Arriviamo così a 22/11/63. I presupposti per dubitare della miniserie targata Hulu erano molteplici. Soprattutto, a spaventare era la considerazione relativa al romanzo del 2011, sicuramente uno dei picchi più alti della bibliografia recente di S.K. Pochi cenni di trama: la vita del professore di inglese Jake Epping cambia improvvisamente quando l’amico di una vita Al Templeton gli rivela l’esistenza di un varco spaziotemporale dietro la tavola calda che gestisce. Il passaggio trasporta chiunque lo attraversi direttamente nel 1960. Al ha un piano folle, e ha bisogno di Jake per realizzarlo: tornare indietro nel tempo e salvare la vita al presidente Kennedy, ucciso il 22 Novembre del 1963 a Dallas.

La storia contiene in sé tutti gli elementi del miglior King: c’è il piacere nel raccontare l’impossibile, ma anche l’America. C’è la voglia di terrorizzare, commuovere, di far interagire i personaggi nel modo più genuino possibile. E, finalmente, c’è anche un finale degno di chiamarsi tale. Rovinare un lavoro così prestigioso con una versione televisiva insufficiente avrebbe comportato un fallimento imperdonabile (per la showrunner Bridget Carpenter e per la Bad Robot di J.J. Abrams, in primis).

Stephen King (68), autore del romanzo originale, figura anche come produttore esecutivo di '22.11.63'
Stephen King (68), autore del romanzo originale, figura anche come produttore esecutivo di “22.11.63”

Fortuna allora che ci abbia pensato l’episodio pilota (La tana del Bianconiglio) a smentire le critiche premature. Fin dal monologo iniziale, affidato a uno dei personaggi-chiave del romanzo: Harry Dunning, il bidello zoppo (interpretato da Leon Rippy) il cui tragico passato diventerà oggetto della prima impresa di Jake. Ed è proprio il Jake di James Franco a convincere oltre misura. L’attore trentasettenne aveva già dimostrato di saper padroneggiare ruoli rigorosi, grazie ad uno stile recitativo sempre controllato, sobrio. Adesso, all’apice della maturità artistica (come regista ha persino adattato Child Of God di Cormac McCarthy), sembra assolutamente a suo agio anche all’interno di grandi produzioni. La sensazione è che la riuscita di 22/11/63 dipenda molto dalla larghezza delle sue spalle.

Kevin MacDonald dirige un episodio falsamente lineare, costretto nel compito ingrato di presentare una vicenda tutt’altro che semplice e (quel che è peggio) riuscire a non farla sembrare ridicola. Il lavoro è svolto egregiamente: è vero, la plausibilità del progetto di Al Templeton (Chris Cooper) potrebbe crollare da un momento all’altro. E’ vero, la molla che spinge il protagonista ad assecondare l’amico è fin troppo forzata. Ma alla fine il susseguirsi violento di eventi riesce ad anestetizzare ogni incongruenza e, dopo pochi passi negli anni Sessanta, anche lo spettatore rimane conquistato da questa inquietante ricostruzione storica. Anche la spiegazione del funzionamento del passaggio (ricordate il didascalismo kinghiano?) dribbla la facile noia e si risolve subito in una “prova sul campo” carica di pathos.

Dalla sottotrama politica soltanto accennata, ai necessari elementi orrorifici (“tu non dovresti essere qui”, ripetono un po’ tutti al protagonista), La tana del Bianconiglio sembra centrare gran parte degli obiettivi prefissati, seguendo il romanzo quanto basta per garantire le giuste atmosfere. Il pilota dura 81 minuti (le puntate restanti si attesteranno sui 55 minuti circa): è un’eternità, ma quasi non ci si fa caso.

Il quesito che sorge adesso è: saranno sufficienti otto episodi per dipanare una matassa così complicata? L’opera originale vedeva alternarsi misteri, fallimenti, paradossi temporali, effetti farfalla e, soprattutto, una meravigliosa storia d’amore.

Meno sette: anche per gli ideatori della serie, come per Jake Epping, il tempo scorre velocemente.

 

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About Mattia Carapelli

REDATTORE | Nato a Siena il 15 Giugno del 1991, studia presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Siena. Lettore onnivoro e cinefilo convinto, nel 2014 ha pubblicato il suo primo romanzo, "Ironica", con la casa editrice Montedit.

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