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17:56, venticinque anni dopo

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Strage di Capaci – 23 Maggio 1992

È il 23 Maggio del 1992, sono le ore 17:56. Una coppia sta consacrando il proprio amore dinnanzi all’altare, un professore fa lezione in un’aula piena di alunni che prendono appunti, una nonna in qualche remoto paesino d’Italia prepara il caffè, l’ennesimo.

Contemporaneamente, sull’Autostrada A29 che collega Palermo a Mazara del Vallo, tre macchine saltano in aria all’altezza di Capaci. Vengono divelti dalla terra insieme all’asfalto Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Rocco Dicillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro. Italiani e non hanno sentito più volte la stessa storia di mafia, fino alla nausea: forse non esiste un modo per proporla in maniera originale e fantasiosa. È un retaggio storico, come la Prima Guerra Mondiale iniziata con un colpo di pistola, un retaggio culturale, come venne etichettata la mafia agli inizi del secolo scorso.

Nel 1889, l’intellettuale Giuseppe Pitrè definì la mafia come «uno stato d’animo»; non sono mancate nei decenni a seguire delle più benigne interpretazioni del fenomeno, addirittura considerato da taluni come sinonimo di intraprendenza. Per più di sessant’anni si è concepita la mafia esclusivamente come un evento culturale e non criminale. Oggigiorno, forse, andrebbe recuperata quella matrice culturale per comprendere che solo con la cultura la mafia si può sradicare. La cultura e, sicuramente, una gamma di valori radicata tanto nella collettività, tanto negli uomini di Stato. Come si può pretendere una legislazione antimafia cristallina ed efficace da una classe politica che nel 1992 di certo non aveva le mani pulite? La mancanza di probità, di una volontà ferrea di arrestare il fenomeno e soprattutto una mancanza di trasparenza da parte delle istituzioni si sono tradotte in una legislazione frettolosa, ben classificata come «emergenziale».

Una delle lezioni che si apprende subito quando si inizia ad esplorare il mondo del diritto è che la legge è sempre un passo indietro alla società; la mafia, invece, è sempre due passi avanti. L’imperituro, tradizionale codice d’onore ha la camaleontica attitudine di adattarsi ai cambiamenti: Charles Darwin sarebbe drammaticamente fiero di Cosa Nostra. La mafia nacque negli ultimi decenni dell’Ottocento in una realtà rurale, dove i mafiosi coincidevano con gabellotti e campieri che assicuravano la protezione dei latifondi e acquistavano potere. La Cupola ha poi capito che avrebbe trovato fortuna con scambi politici-elettorali, racket e speculazione edilizia. E come le tessere di un domino, si sono susseguite due guerre di mafia, la stagione delle grandi stragi, il commercio internazionale di droga, la trattativa.

dominoAlle porte del nuovo millennio le mitologiche figure di mafiosi «quinta elementare», come si classificò Totò Riina, vennero sostituite da colletti bianchi con tanto di laurea. L’art. 416 bis parla del metodo mafioso come «forza di intimidazione del vincolo associativo e della condizione di assoggettamento e di omertà». Dati e studi alla mano durante gli ultimi anni, l’intimidazione e la violenza hanno fatto spazio alla contiguità, alla passiva adesione del mafioso alla richiesta altrui. Le figure del domino cambiano, ma incessante rimane il loro movimento: la storia ha registrato, quindi, ecomafie, sodalizi con gli imprenditori e la Chiesa, gestione dei migranti.

A questo punto, è fondamentale introdurre un grande però. La mafia non aveva fatto i conti con uomini come Giovanni Falcone, di cui oggi si commemora il 25° anniversario della morte. Non aveva considerato la possibilità che un popolo, come un’onda anomala improvvisa, avrebbe detto «No!» alla subcultura. È vero, c’è ancora molto lavoro da fare: oggi più di ieri quasi nessuno sembra poter fare a meno di corruzione e tentativi di aggirare la legalità. Tuttavia, non si deve dimenticare il frutto del sacrificio di tanti uomini, uomini attaccati alla vita che avrebbero voluto vedere la loro terra prosperare insieme ai propri figli. Il sacrificio ha prodotto un seme, che si è trasformato in un germoglio di legalità e speranza. Lo testimoniano oggi i 1032 imprenditori palermitani che hanno deciso di denunciare tentativi di estorsione e che rientrano nella rete di Addiopizzo. Lo attestano le cooperative sociali costituite negli immobili confiscati alla mafia, che oggi permettono a tanti giovani di avere un lavoro e un salario dignitoso. Perché, allora, non siamo ancora riusciti a debellare l’epidemia?

Per parafrasare una famosa frase di Giovanni Falcone, non è sufficiente che uomini di giustizia e civili innocenti soccombano sotto il peso del cemento e della dinamite, è necessario l’impegno di ogni cittadino: si sa, un’onda non è altro che un insieme di gocce d’acqua.

 

Il 27 Marzo 1992 il fotografo Tony Gentile ritrasse i giudici Falcone e Borsellino .
La celebre foto che ritrae i giudici italiani Giovanni Falcone (1939-1992) e Paolo Borsellino (1940-1992), fu scattata il 27 Marzo 1992 dal fotografo italiano Tony Gentile

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

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About Viviana Giuffrida

REDATTRICE | Classe 1995, vive a Catania. Frequenta la Facoltà di Giurisprudenza nella sua città, dedicandosi inoltre a doposcuola, giornalismo e volontariato. Non le manca mai il tempo per libri e serie TV, nonché per una buona birra tra amici.

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