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“Alexander Calder: performing Sculpture”

Pubblicato il Pubblicato in Letteratura e Cultura, Pathos, Recenti

L’emozionante mostra Alexander Calder: performing Sculpture (11 Novembre 20153 Aprile 2016), tenutasi al Tate Modern di Londra, ha brillantemente ripuntato i riflettori del palcoscenico internazionale sulla figura di Alexander Calder.

L’esibizione proponeva ai visitatori una copiosa serie di opere eseguite a cavallo tra gli Anni Trenta e gli Anni Quaranta: questo periodo rappresenta un decennio chiave nella carriera dell’artista caratterizzato, oltre che da un’ instancabile e pioneristica esplorazione di nuove tecniche espressive, al graduale annoveramento del suo nome tra gli artisti più quotati e popolari a livello internazionale.

 Alexander Calder (18981976) ebbe un tipo di formazione straordinariamente eclettica. Padre e nonno scultori e madre pittrice, il giovane Alexander divenne studente di pittura all’Art Students League di New York solo nel 1923, dopo avere conseguito un diploma in ingegneria meccanica in New Jersey, nel 1919, e aver svolto una notevole varietà di lavori in Missouri, Ohio, West Virginia, Washington, New York (ingegnere automobilistico, aiuto ingegnere idraulico, tagliaerba, operaio in un deposito di legname, contabile, perito assicurativo, venditore, illustratore). Inseparabile dalla sua camicia di cotone rosso, Calder viene ricordato come un grande viaggiatore, estasiato dal gusto del nuovo, uomo dallo spirito giocoso e sperimentatore, amante della vita, della famiglia, del buon vino e delle feste.

In termini artistici, la figura di Alexander fu rivoluzionaria per lo sviluppo della scultura contemporanea e la rivisitazione dei suoi principi. Senza dubbio influenzato dalla sua formazione ingegneristica, fin dai primi anni l’artista abbandonò i tradizionali materiali scultorei (legno, bronzo, pietra o marmo), optando per materiali industriali, come il fil di ferro e le lamine metalliche. Tale scelta gli permise di ridurre al minimo l’idea di massa, rendendo la tridimensionalità delle figure attraverso un utilizzo saggio e intuitivo del vuoto. La caratteristica delle sue sculture è quella di essere sistemi mobili leggerissimi, messi in movimento da soffi d’ aria: il loro elemento costituente è lo spazio non materico e il loro volume viene ridotto a linee calligrafiche nello spazio. Altra caratteristica rivoluzionaria dell’opera di Alexander, eminentemente messa in risalto nel corso dell’ esibizione, è quella di essere considerato iniziatore assoluto della cosiddetta scultura cinetica. Le sue opere, fin dal 1931, vennero definite mobile secondo il termine coniato dall’artista Marchel Duchamp, affascinato dal sorprendente carattere inedito delle cinetiche astrazioni.

Tradizionalmente, il termine scultura denota opere plastiche tridimensionali, oggetti statici attorno ai quali il pubblico cammina, contemplandone la forme da diversi punti di vista e angolazioni. Evidentemente, il limite intrinseco del medium scultoreo è la rappresentazione di figure plastiche in movimento, attraverso l’utilizzazione di materiali inorganici e statici: per quanto l’abilità dello scultore si avvicini alla simulazione del reale, per quanta dinamicità e spirito vitale egli tenti di dare alle proprie opere, la rappresentazione del movimento sarà pur sempre una rappresentazione. Così, contemplando il David del Bernini, audace guerriero sul punto di scagliare la pietra fatale contro il gigante Golia, siam ben disposti ad inferire che il giovane sia in movimento, pur consapevoli di aver pur sempre a che fare con un’ inanimata sagoma marmorea.

 

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“David” (1623-1624), Gian Lorenzo Bernini

La “rivoluzionarietà” dell’opera di Calder sta nell’aver sfidato il medium della scultura, rivoluzionandone le normali assunzioni. Le sue sculture si muovono, divenendo soggetti agenti nello spazio anziché oggetti statici: esse, anziché occupare passivamente lo spazio architettonico, lo costituiscono e lo configurano. Inoltre, il loro rapporto con il pubblico, prima costretto a doversi spostare per ammirare le opere, diviene interattivo e interscambiabile. Opere e pubblico ruotano, danzano assieme.

 

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Stanza 6, una delle sale più sorprendenti dell’esposizione, presentava una combinazione di opere relativamente inedite e poco conosciute, raramente esposte internazionalmente. L’originalità dei lavori è ammirevole, ulteriore sfida all’autoritaria divisione gerarchica tra generi artistici (pittura, scultura, architettura). Calder intesse un dialogo tra pittura, bidimensionalità, e scultura, tridimensionalità. Interfacciate a pannelli di legno, smagliantemente intonacati di colori mironiani, pendono dall’ alto sagome astratte e leggerissime, che ruotano su se stesse al minino spostamento d’ aria causato, spesso, dal passaggio dei visitatori. In un certo qual senso, Alexander sembra aver portato a realizzazione ciò che per secoli molti pittori hanno cercato di conseguire, il compimento della mimesis pittorica, la rappresentazione perfetta della tridimensionalità. Il limite intrinseco del medium pittorico è la bidimensionalità, la piattezza, l’impossibilità di rappresentare plasticità compiuta e di dar vita, movimento, peso corporeo alle forme. Si pensi ai grandi maestri italiani, Giotto, Masaccio, Piero della Francesca, Mantegna, Lorenzo Lotto, o alla rinomanza del realismo pittorico olandese, da Rembrandt a Frans Hals e Vermeer: l’avanzamento di raffinatissime tecniche ed espedienti pittorici, dalla prospettiva focale all’utilizzazione perfezionistica del colore ad olio, portano questi artisti ai vertici massimi della rappresentazione realistica di spazio e profondità. Tuttavia, una rappresentazione è tale per definizione: oggetto rappresentato e rappresentazione rimangono due entità ontologiche distinte.

 

Pieter Claesz, Natura morta con candela accesa, 1627 olio su tavola, cm 26,1 x 37,3 L’Aia, Gabinetto reale di pitture Mauritshuis acquisito nel 1961 (Inv. n. 947) © L’Aia, Gabinetto reale di pitture Mauritshuis
“Natura morta con candela accesa” (1627), Pieter Claesz

 

L’esperimento concettuale attuato da Alexander è quello di disarticolare questa distinzione ontologica: al soggetto rappresentato viene permesso di fuoriuscire, di evadere dal proprio universo bidimensionale e assumere vita e struttura materica propria, autonoma dal proprio sfondo ma pur sempre in relazione con esso. Le figure, prima aggiogate ad un tipo di dimensionalità astratta e immaginativa, acquistano gravità, iniziano ad esistere nel mondo fenomenico in veste di sculture cinetiche, danzando performativamente dinnanzi alla tavola di legno che funge da palcoscenico pittorico. Primo caso nella storia dell’arte? Forse. Tuttavia un accostamento, forse azzardato, viene naturale: quello con le nicchie devozionali poste ai lati della navate di molte chiese cattoliche: spesso le statue della Madonna o dei Santi antecedono gli affreschi nello sfondo, con la funzione di trasmettere empaticamente al credente fiducia nel professare la propria fede per i programmi iconografici dello sfondo.

 

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Altare “Chiesa dei Cappuccini” – Roma

 

Punta di diamante dell’esposizione è stata Stanza 9, un’enorme sala destinata ad enormi strutture cinetiche pendenti dal soffitto, armoniche sinfonie di equilibrio. <<L’idea di corpi separati fluttuanti nello spazio, di misure e densità differenti, alcune a riposo altre in movimento, sembra essere la fonte ideale della forma>>.

 

Mobile c.1932 Alexander Calder 1898-1976 Lent from a private collection 1992 http://www.tate.org.uk/art/work/L01686
“Mobile” (1932)

 

Le opere esposte sono i mobile classicamente conosciuti dal pubblico, automaticamente associati alla figura di Calder. Reticolati geometrici di fili di ferro sospesi, bilanciati dal peso di lamine metalliche bianche, nere, gialle blu o rosse (i colori prediletti da Calder, rimasto estasiato dalla combinazione di colori primari utilizzata dall’amico Mondrian, conosciuto a Parigi qualche anno prima). Gran parte della critica rileva in queste opere, realizzate nei tardi anni Trenta, una virata, un cambio di direzione da parte dell’ artista, costituito dal graduale allontanamento dal formalismo geometrico nella direzione di nuove figurazioni ispirate al mondo naturale. Non trascurabile il trasferimento dello scultore, nel 1933, in una vecchia fattoria a Roxbury nel Connecticut. Le sculture si presentano come grandi organismi biomorfici, dove <<ogni elemento è libero di muoversi, cambiare posizione, oscillare, andare e venire, ma sempre in stretta relazione di armoniosa dipendenza con tutti gli altre elementi dell’ universo>>. Ritengo che l’opera di Calder, seppur non classicamente figurativa, possa tuttavia definirsi realistica. Alexander Calder rappresentò sempre ciò che lui vedeva, essendo in grado di scorgere realtà possibili, ciò che i più, privi di immaginazione e infantile fiducia, non riescono a vedere. Se una cosa non si vede, infatti, è scorretto dedurne che essa non esista: l’universo, ad esempio, dichiarata fonte di ispirazione per l’intera opera calderiana, seppur non osservabile è reale. Per accedervi è necessario immaginarlo e, una volte immaginato, riprodurlo. In ciò si è realisti.

 

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“Gamma” (1947)

 

La mostra Alexander Calder: performing sculture richiedeva ricettività infantile, spontanea, giocosa, priva di astrusi ragionamenti teoretici. Richiedeva tempo, tempo dedicato allo stupire e alla contemplazione dei lentissimi ma percettibili movimenti cosmici delle sculture, messi in risalto da intelligenti scelte curatoriali come la proiezione delle ombre delle sagome scultoree sulle bianche pareti delle sale. La personalità di Calder trapelava da ogni sua opera, ognuna di esse pregna di ingegnosa genialità sperimentatrice.

Alexander Calder: il Mozart dello spazio, espressione di gaiezza, umorismo, poesia. Trionfo dello spirito umano sulla tecnologia, sintesi perfetta tra esperienza europea e ingenuità americana.

 

 


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About Gloria Bisello

COLLABORATRICE | Classe 1993, nata in Provincia di Padova. Laureata alla triennale in Filosofia a Padova, ora vive in Regno Unito e studia Estetica e Storia dell'Arte. Spende il proprio tempo libero a visitare mostre, esibizioni, nuove città. Possiede una particolare attrazione per le arti visive. Ama viaggiare e pensare al mondo come la propria casa. Punto debole: un amore per l'Italia e la sua inviolabile bellezza.

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